Ho visto un bambino morto in braccio a suo padre. Dopo questa immagine è davvero difficile mantenere la calma ed una presumibile obiettività. Cerco di trattenere il fiato e le lacrime e mi guardo attorno. Stasera il servizio sul TG1 è stato aperto da un giornalista che, con voce squillante e quasi allegra, annunciava l’avanzata delle truppe israeliane sulla striscia di Gaza infestata dagli integralisti di Hamas. dal tono si capiva chiaramente che anche lui, insieme a quelli che lo pagano, stava conducendo una Santa Guerra.
Non sto qui a dire che Hamas ha vinto con regolari elezioni e che i palestinesi hanno il diritto di autodeterminarsi anche se fanno enormi cazzate come votare Hamas. Sarebbe come dire che io invado l’Italia perché ha vinto le elezioni un ladro piduista e golpista come Berlusconi, che governa con fascisti e Lega. E già che ci sono invado anche Treviso e i trevigiani ai quali, col sindaco che si ritrovano, Hamas non gli fa nemmeno un baffo in quanto a integralismo. Poi invado la Sicilia perché da sessant’anni votano fermamente e coscientemente Cosa Nostra.

La lotta è impari. Non si può competere. L’informazione mainstream è troppo forte e non c’è alternativa. Ovvero, ci sarebbe, ma non la segue quasi nessuno. Come paragonare i venti lettori di questo blog ai TG o al Resto del Carlino? Comunque, per non lasciare mai niente di intentato, vi rimando ad una importante inchiesta che ho letto su Rekombinant dal titolo: “Il modello di costruzione delle news che ha unificato i tg di Rai e Mediaset nella copertura della crisi di Gaza viene da lontano”.
Si tratta di una serissima ricerca fatta dal Glasgow Media Group, una rete di accademici e ricercatori britannici che si occupa da oltre un trentennio di monitorare i media del Regno Unito, e che ha pubblicato nel 2006 un interessante testo di analisi sulla copertura che i media inglesi e scozzesi hanno dato al conflitto israelo-palestinese. La ricerca diretta da Greg Philo e Mike Berry s’intitola Bad News From Israel. Evidentemente non è tradotta in Italia dove la saggistica sull’informazione è sotto il controllo della politica istituzionale drogata dal conflitto d’interessi di Berlusconi e dall’illusione che, eliminato il conflitto, le notizie torneranno vere. Le autorità di controllo che commissionano un monitoraggio di comunicazione lo fanno su criteri non certo critici. È un circolo vizioso: l’intreccio tra media e politica produce la notizia, le autorità di controllo, all’interno dello stesso intreccio, la assumono secondo gli stessi criteri con cui viene emessa. Così si ottiene una comunicazione “utile”, ma non certo un’inchiesta. Andate a leggere i risultati ed avrete molto più chiaro questo discorso.

Ma torniamo a noi.
Come si fabbrica una falsa notizia?

Oggi sui giornali di Bologna si è palesata unanimemente l’isteria antislamica per le manifestazioni di sabato a sostegno della Palestina. Il motivo che ha maggiormente scatenato la rabbia è stata la preghiera del tramonto salat-al-maghreb – intonata dai manifestanti.
Mi sono informato: la salat è un dovere per i credenti praticanti. Farla tutti insieme in pubblico durante la manifestazione per Gaza aveva il preciso significato di orazione funebre per onorare la memoria di tutte le vittime, e non di affermazione dell’identità musulmana, o peggio, come blaterato dai leghisti, di “prova di forza”. O ancora peggio la Curia, che l’ha percepita come “una sfida” e “una regia per l’islamizzazione dell’Europa”.

Cito da una mail ricevuta:
(…) l’Imam in piazza non si è limitato a condurre la salat con le formule di rito, ma ha anche aggiunto diverse frasi esplicite su “donne, bambini e vecchi caduti sotto le bombe”. E il finto feretro davanti alle file stava una volta di più a rimarcare il senso di “orazione funebre alla memoria” più che il puro e semplice senso di identità musulmana: non era un “mettersi in mostra” fine a sè stesso, ma aveva un preciso scopo….
Ecco perchè quasi tutti i migranti hanno partecipato con sentimento alla salat, a prescindere dal fatto che fossero tutti praticanti o meno. Anche per noi è la stessa cosa: la commemorazione solenne dei caduti civili sotto un vigliacco attacco nemico è una cosa che coinvolge tutti gli esseri umani di qualsiasi religione o convinzione, anche gli atei.
E se la percentuale di partecipanti fosse stata di meno maghrebini e più palestinesi, si sarebbe svolto anche un rito cristiano di commemorazione dei defunti, dato che in Palestina c’è una forte presenza cristiana (anche a Gaza ci sono cristiani, chiese e scuole cristiane), un 20% circa della popolazione palestinese. (…)

A questo punto, se si seguisse la lettura leghista o quella della chiesa, si dovrebbe parlare di identità. Parola che io stesso, sardo ed appartenente ad un popolo, ho da molto tempo rimosso dal mio vocabolario per la sua valenza oscura, becera ed integralista. L’ho felicemente sostituita con la parola appartenenza, che non mi obbliga a dotarmi di uno stato, un inno, una bandiera, e, soprattutto, mi lascia tranquillo nella mia singolarità senza costringermi ad essere identico. Dico sempre che, quando sono partito dalla Sardegna, al mio paese non ero identico a nessuno, anzi… ero piuttosto diverso. Ma appartenevo ed appartengo con tutto me stesso, in corpore spirituque, a quella terra e quella gente. E mai me ne sono voluto distanziare né distinguere. Anzi… è lì che vorrò morire ed essere sepolto. Fra la mia gente.

Comunque, per capire dove stanno i brutti personaggi, quelli davvero pericolosi, ecco qui uno stralcio del comunicato leghista sul Domani di Bologna :
[…] il comunicato della Lega Nord provinciale diramato ieri pomeriggio, «condanna senza mezzi termini questa prova di forza mascherata da un esigenza di preghiera che non trova spiegazione alcuna» […] «è bastato un pretesto per scatenare le organizzazioni musulmane e portarle alla occupazione delle nostre piazze e dei nostri simboli religiosi e istituzionali, come lo è Piazza Maggiore in cui si erge la “blindata “, per motivi di sicurezza, Basilica di San Petronio ed il Palazzo Comunale, in cui la discussione sulla costruzione della nuova moschea è stata furbescamente congelata in vista delle prossime elezioni comunali». La Lega Nord parla di “strumentalizzazione e occupazione delle nostre piazze “e giunge a chiedere di fatto «l’immediata chiusura del centro islamico di via Pallavicini e preannuncia per sabato prossimo un sit-in in Piazza Maggiore per risvegliare le coscienze dei bolognesi».[…]

e per capire in che mani staremmo se non fossimo abbastanza resistenti, ecco un pezzo dell’intervista di Monsignor Vecchi sul Carlino. Una vera chicca che ci dice quanto questi figuri siano socialmente pericolosi. Oltre che guerrafondai. Un alto prelato che condivide un’azione di sterminio criminale e demonizza chi in piazza ha elevato una preghiera. Ma perché Bologna è da sempre condannata ad una Curia simile? Perché Milano ha Martini e Bologna questi loschi figuri?

La preghiera sul Crescentone è una sfida alla nostra identità
Intervista al vescovo vicario monsignor Vecchi: “C’è una regìa, vogliono islamizzare l’Europa. hanno usato la piazza come strumento di pressione”

Cos’ha pensato quando ha visto la fotografia dei musulmani, a centinaia, chini a pregare sul Crescentone, davanti a San Petronio?
«Ho pensato che è un segnale su cui riflettere. Questa non è una preghiera e basta. E’ una sfida, più che alla basilica al nostro sistema democratico e culturale. Da quel che è successo a Bologna ma anche in altre città abbiamo avuto la conferma che c’è un progetto pilotato da lontano. Cosa prevede? L’islamizzazione dell’Europa. Se ne accorse il cardinal Oddi, tra i primi. E aveva buone fonti». […]

Monsignore, la Costituzione garantisce la libertà di culto.
«Certo, l’articolo 8 riconosce quel diritto a tutte le religioni che accettano l’ordinamento giuridico italiano. Ma dev’essere letto assieme all’articolo 7».

“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, dice fra l’altro.
«Quella cattolica è la religione storica del popolo italiano. Ci sono certi professori che vogliono farmi lezione ma anch’io farei volentieri un esame a loro».

Per spiegare cosa?
«Che c’è una distinzione tra Stato e nazione. La nazione ha un’identità. La sua identità di fondo, le coordinate fondamentali, il popolo italiano le ha ricevute dal cattolicesimo».

Quindi lei dice: la preghiera sul Crescentone come una sfida alla nostra cultura.
«Nelle manifestazioni di sabato c’è stata una regìa, è chiaro. La piazza come strumento di pressione, questo ormai lo hanno imparato bene. La religione è stata usata, strumentalizzata. Sono pienamente d’accordo con don Righi. La questione palestinese è politica, non religiosa. Confondere i due piani non è corretto. E poi penso alla svastica, alla bandiera d’Israele bruciata. Mi meraviglia molto la preghiera contro qualcuno. Si prega per i fratelli, non per il male degli altri».

Bologna è reduce da una lunghissima polemica sul progetto di un minareto.
«Ma sabato i musulmani non hanno manifestato per quello, quello non c’entra».

Non ha pensato, come il vicesindaco di Milano: la piazza come una moschea.
«No, ho pensato che questo metodo di non distinguere i problemi religiosi da quelli politici porta altro caos, e il nostro Paese ne ha già abbastanza. C’è bisogno, invece, di recuperare la nostra identità per arrivare a un’integrazione vera, che non dev’essere un affastellamento di culture».

La giunta ha congelato la nuova moschea, la comunità musulmana aspetta il prossimo sindaco.
«Quel progetto secondo me dev’essere abbandonato per sempre, è prematuro. Per integrare davvero i musulmani, servono luoghi di preghiera nelle diverse comunità dove queste persone vivono. Certo che c’è il diritto di culto. Ma non è vero che costruire una moschea è come costruire una chiesa».
[…]

Sabato 3 gennaio 2009

Manifestazione a Roma

Ore 16.30 piazza della Repubblica corteo fino a Piazza Barberini

 

SITO FORUM PALESTINAMAIL PER ADESIONI

Sì, a questo punto è legittimo esplodere in una Giusta Rabbia.

Non ci sono possibili argomenti che riescano a mitigarla.
Israele, e non il popolo israeliano in quanto tale, è uno Stato terrorista perché semina e coltiva terrore da sessant’anni con una sistematicità ossessiva e criminale.
Si distingue dal nazismo solo per le apparenze di stato “democratico”.
Così ha ottenuto la complicità ed il silenzio degli altri cosiddetti “stati democratici” occidentali. I suoi metodi sono l’invasione e l’occupazione, il saccheggio e la demolizione, i bombardamenti, il razzismo, lo sterminio genocida.
A niente sono servite una cinquantina di “morbide” risoluzioni ONU: ancora laggiù si trasportano morti alla sepoltura e nemmeno gli aiuti umanitari riescono a perforare il muro che è stato eretto attorno ad un popolo la cui unica colpa è quella di trovarsi lì, in quel territorio che abita da millenni. Israele, forte del suo potere economico e militare, agisce sul senso di colpa suscitato in Occidente dal nazismo usandone però gli stessi metodi, sebbene distillati negli anni.
Siamo alla soluzione finale? I bambini che muoiono a Gaza non sono uguali ai nostri? Esiste dunque una “razza” sterminabile? Vivreste in un mondo disegnato da chi ha ucciso e discriminato? Si può continuare a dormirci sopra accampando e difendendo un modello di “democrazia” assassina in nome della quale è lecito perfino un nuovo Olocausto? Come possono i discendenti di quelle povere vittime dell’Olocausto nazista dopo qualche decina d’anni essere diventati uguali ai loro carnefici? Potrà ancora la nostra coscienza occidentale parlare in nome della libertà?

Tutti noi da qui abbiamo solo una possibilitàinsieme agli Israeliani che lo stanno facendo da laggiù e di cui non si sente risuonare la voce: testimoniare con la forza e la Giusta Rabbia della nostra coscienza tutto il dissenso e la consapevolezza. Diciamo chiaramente che sappiamo e non dimentichiamo: per questi crimini non c’è perdono come per quelli del nazi-fascismo o dello stalinismo.

fuori dal coro: un chiaro editoriale di Carmillae una nota finale: negli ultimi tempi ho visto pletore di intellettuali, fior di scrittori, bande organizzate di gente dello spettacolo e della cultura, schiere di docenti… posizionarsi agguerriti per le cause più nobili, da quelle animaliste a quelle politico-buoniste, da quelle in difesa della letteratura per la presenza di Israele come ospite d’onore al Salone di Torino, a quelle in difesa di tutte le confessioni religiose e/o paramistiche. Ora vedo solo un silenzio talmente assordante da ricordarmi lo stesso silenzio che durante il fascismo nobilitò la nostra classe intellettuale in difesa della razza. Dove siete? Cosa state mangiando e in quale piatto? Qualcuno sta bombardando il letto dove dormite? Il mio ormai è insostenibile: lo circondano troppe voci di feriti e assassinati, troppo pianto… buonanotte.


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Nessun uccello mai potrà sorvolare un’esplosione
Nessun albero mai potrà essere piantato su una bomba
Nessun’idea mai potrà vivere su dei cadaveri
Nessuna malta mai potrà essere impastata col sangue
Nessun figlio mai potrà nascere da un morto
Nessuna cultura mai potrà impugnare un’arma
Nessuna parola mai potrà essere ascoltata da un assassino
Nessun padrone mai potrà essere trascurato da un poliziotto
Nessuna libertà mai potrà essere raccontata da un militare
Nessuna pace mai potrà essere cantata in una caserma
Nessun poema mai potrà cantare uno Stato
Nessuna parola d’amore mai potrà essere pronunciata in nome di un dio assoluto
No bird could ever fly over an explosion
No tree could ever be planted on a bomb
No idea could ever live based upon cadavers
No cement could ever be mixed with blood
No son could ever be born from a dead person
No culture could ever grab hold of a weapon
No word could ever be heard from a murderer
No boss could ever be overlooked by a cop
No freedom could ever be talked about by a military man
No peace could ever be sung in a barracks
No poem could ever sing of one state
No words of love could ever be uttered in the name of an absolute god


da noi (in Sardegna) per dare gli auguri di buon anno si usa una formula: bonos printzipios, o bonos incomintzos, alla quale si risponde con menzus fines oppure menzus acabos
l’augurio è di cominciare bene l’anno per poi poterlo finire meglio

è il mio augurio per tutti, anche se mi sembra fuori luogo in un momento in cui non lo si possa estendere anche ai palestinesi che proprio in questi giorni stanno subendo un’operazione di pulizia etnica cominciata tanti anni fa

è col dolore nel cuore che vi riporto questo editoriale di Alessandro Cardulli chiedendomi: possibile che il grande popolo israeliano non riesca a ribellarsi alle opzioni sioniste? possibile che il mondo riesca ad assorbire questa ennesima strage senza reagire? che anno sarà questo? a quali stragi dovremo assistere ancora?
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Palestina, tragedia in diretta fra orrore e cinismo dei media
Martedì 30 Dicembre 2008 18:41

Abbiamo appreso da un servizio mandato in onda dal giornale radio Rai che oggi Hamas ha lanciato alcuni razzi contro i territori israeliani. Non ci sono state vittime. Nonostante questo-ha detto il giornalista- le autorità israeliane hanno consentito l’ingresso a Gaza di un automezzo che portava aiuti alla popolazione palestinese. Siamo rimasti allibiti. Quella parola, “nonostante” ci fa capire quanta e quale crudeltà sia ormai dentro questo conflitto che dura ormai da decine di anni.

Per il giornalista che ha redatto il servizio evidentemente è naturale che se tu mi spari un razzo io impedisca alle associazioni umanitarie di venire in soccorso di persone ferite, che non hanno cibo, al limite della resistenza., che vivono in condizioni disumane. L’autorizzazione all’automezzo, da quel “nonostante” viene fatta apparire come una benevola concessione delle autorità militari e, di fatto, del governo israeliano. Una guerra talmente crudele che nega perfino il diritto alle popolazioni, ai civili, ad essere assistiti. Bisogna chiedere il permesso e non è facile ottenerlo da ministri che guardano solo alle prossime elezioni. Un morto palestinese in più può essere un voto in più. Non è un caso che fra i falchi, forse il più falco di tutti, ci sia il ministro della Difesa Barak, un laburista. I sondaggi danno quel partito in ripresa. Insomma quel “nonostante“ dice tutto, ci descrive un quadro che dovrebbe suscitare orrore, protesta, lotta. Se andiamo su “You Tube” troviamo lo spettacolo mandato direttamente in onda dall’esercito israeliano. I bombardamenti vengono “trasmessi” a raggi infrarossi, i filmati di una tragedia, di donne e uomini, bambini e anziani, uccisi da micidiali strumenti di morte diventano spettacolo. I filmati portano una firma, IDF, Isreaeli Defense Forces. Ci manca indicazione del nome del regista e dello sceneggiatore per completare il quadro. Dalla terra al mare: una imbarcazione, la “Dignity”, che portava aiuti umanitari, medicinali e cibo, per conto di una associazione “Free Gaza” è stata speronata da un mezzo della marina militare israeliana. Due i motivi: non ci può avvicinare alla costa e poi sulla imbarcazione si sarebbe trovati anche dei giornalisti e loro, il ministro Barak non li vuole perchè sono dei “provocatori”, così è stato detto dalle autorità militari.

I panni sporchi devono restare in famiglia. Lo spettacolo lo offrono i filmati dell’IDF. Se questo è il quadro che provoca in noi un senso di orrore, orrore profondo, ci fa sentire che la nostra “civiltà“ sta superando i limiti di guardia, a leggere i media italiani, guardare la tv, ad ascoltare la radio si scoprono un cinismo e una brutalità che ci pongono una domanda: cosa sta accendo nel mondo del giornalismo, dell’informazione? Salvo eccezioni c’è una linea comune: gli israeliani si difendono. “Che potevamo fare?” si è chiesta Tzipi Livni, candidata a presidente, intervistata da giornalisti italiani.

Si potrebbe rispondere: non distruggere le barche di pescatori che con la sicurezza di Israele hanno ben poco a che vedere. Non colpire obiettivi civili, abitazioni, l’università. Accettiamo la logica del cinismo, la legge “del taglione”, occhio per occhio, dente per dente, di cui sono impregnati i media. In quattro giorni i razzi di Hamas hanno ucciso quattro persone. Le bombe israeliane ne hanno uccise quasi quattrocento con millecinquecento feriti di cui perlomeno duecento gravi. Non vale neppure l’ochio per occhio dente per dente”. Ora ci sono carri armati ammassati pronti a entrare in azione, un mare di sangue se si attacca via terra. In un cordiale colloquio con il nostro ministro degli esteri, Frattini, la Livni ha detto che non ci sarà attacco di terra. Il nostro ministro ha gentilmente pregato, quasi a scusarsene, l’esponente del governo israeliano di evitare di colpire i civili. Ma i civili sono stati già stati colpiti, uccisi, feriti. Frattini non poteva usare la parola “tregua”? Altra soluzione non c’è. Esperti di strategie militari, certo non amici di Hamas, dicono che se si scatena la guerra di terra si fa un nuovo favore a Hamas, che la risposta sarebbe una lunga, tragica guerriglia dalla quale Israele uscirebbe con le ossa rotte. L’operazione sciaguratamente denominata “Piombo Fuso” che dovrebbe portare alla distruzione di Hamas, si rivolterebbe contro il governo di Olmert che l’ha promossa. Unico risultato: allontanare per sempre l’obiettivo difficile, ma ancor oggi ultima speranza di “due popoli due stati”. Tanti, tantissimi al di qua e al di la del Mediterraneo sarebbero gli avversari di Israele. E questo il popolo ebraico non lo merita.

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ormai centinaia i corpi ammucchiati mentre l’esercito israeliano continua ad attaccare – tanti sono i bambini – è un vero massacro impune di cui era già stata data notizia due giorni prima – i palestinesi sono abbandonati a sé stessi –

situazione 1947
proposta 1947
situazione 1949
proposta 2000

ecco uno scritto dell’ex ministro dell’informazione del governo di unità nazionale palestinese, e direttore del Medical Relief, Mustafa Barghouti.

Ramallah, 27 dicembre 2008.

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua.
Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l’elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili – ma come si chiama, quando manca tutto il resto?
E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa.
La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili – e d’altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all’angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? – se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele?

Se l’obiettivo è sradicare Hamas – tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l’esercizio della democrazia – ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare – non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa – la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti.

E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente – e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto – perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l’ennesima arma di distrazione di massa per l’opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi
terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come – testuale – gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l’unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati – perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell’occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall’altro lato del Muro?

Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l’indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita – solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei, americani e anche gli arabi – perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? – siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione – e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell’aria, come sugheri sull’acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola? Una clinica forse? Delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi – no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia – sanzioni, sanzioni contro Israele.
Ma rispondete – e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori – no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant’anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull’ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l’esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l’altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra.

So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid – e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l’ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

Appello del Comitato per la Palestina

Non ci sono più scuse… ma ho i miei fondati dubbi che questo appello venga accolto: il Salone è uno sporco business, e qualcuno deve farlo… anche se quest’anno gronderà sangue.

Per aderire scrivere a: fieralibera@libero.it

Revocate adesso la decisione di dedicare a Israele
la Fiera del Libro di Torino

Con questo appello torniamo a chiedere alla direzione della Fiera del Libro di Torino di revocare la decisione di avere come ospite d’onore lo Stato d’Israele per l’edizione 2008. Gli chiediamo di farlo ora e di dedicare questa edizione della Fiera del Libro alla pace cioè ad un “paese morale” coniugabile e comprensibile in molte lingue

salaam, shalom, peace, paix, frieden, mir, pace, paz.
  1. Chiediamo di revocare una decisione sbagliata ed inopportuna fortemente condizionata dalla volontà delle autorità israeliane di celebrare in un importante evento culturale in Italia un atto esplicitamente politico come la celebrazione dei sessanta anni della nascita dello Stato di Israele. Occultare la Palestina e il dramma del popolo palestinese – indissolubilmente connessi alle scelte concrete di Israele – è stata una forzatura che non poteva passare sotto silenzio, né in Italia nè altrove. Tanto più alla luce della mattanza scatenata dalle forze armate israeliane contro la popolazione palestinese di Gaza.

 

  • A nessuno è sfuggita la dimensione politica e per molti aspetti strumentale della decisione di dedicare a Israele l’edizione 2008 della Fiera del Libro. Questa dimensione tutta politica, non può essere occultata dal tentativo di disegnare la contestazione e il dissenso dalla scelta della direzione della Fiera del Libro di Torino come una operazione tesa ad imbavagliare la cultura o di mettere a tacere la letteratura ebraica ed israeliana. Nulla di più falso. Al contrario riteniamo che proprio il tentativo di utilizzare la cultura come forma di legittimazione della politica di uno Stato sia un’offesa verso il buonsenso dell’opinione pubblica, una strumentalizzazione della libertà di espressione e del ruolo degli scrittori. Allo stesso modo riteniamo maldestro e fallace il tentativo di lasciar credere che la campagna di contestazione della Fiera del Libro di Torino sia partita dalle capitali dei paesi arabi e islamici e non da una spinta dal basso della società civile italiana. E’ accaduto esattamente il contrario sia sul piano cronologico che politico. E’ stato solo dopo che associazioni e comitati impegnati nella solidarietà con il popolo palestinese hanno contestato la decisione di dedicare a Israele la Fiera del Libro che il dibattito e l’allarme hanno raggiunto la sponda sud del Mediterraneo. Solo in seguito alle denunce delle associazioni sono venute crescendo proteste e proposte di boicottaggio anche tra gli scrittori e le istituzioni del mondo arabo-islamico. Affermare il contrario è una falsità che non aiuta la discussione né la soluzione.
  • Gli echi e i contraccolpi di questa iniziativa di contestazione in Italia sono stati talmente forti e argomentati che scrittori e intellettuali arabi, israeliani e arabi-israeliani hanno deciso di non partecipare ad un evento che celebra i sessanta anni della nascita di uno Stato nato sulle spalle della popolazione palestinese e che definisce questo anniversario come Nakba (la catastrofe). E’ ormai evidente che sono molti ad aver compreso che così come è stata concepita e costruita la Fiera del Libro di Torino di quest’anno, l’ha trasformata in un evento scivoloso e strumentalizzabile, decidendo di conseguenza, pubblicamente o meno, di tenersene alla larga. Ciò dimostra che l’operazione fin qui tentata è fallita e che la direzione della Fiera del Libro ha un’ultima possibilità di evitare tensioni, polemiche e strumentalizzazioni che condizioneranno pesantemente un evento culturale come quello di maggio a Torino.

 

C’è solo una decisione da prendere e noi torniamo a chiedere con questo appello che venga presa adesso: revocare la decisione di dedicare a Israele la Fiera del Libro e dedicare l’edizione di quest’anno alla pace. E’ l’unica scelta che può restituire contenuto e dignità alla Fiera del Libro e forse riparare ad alcuni dei danni fatti nelle relazioni culturali tra l’Italia e il resto delle società del Mediterraneo e allo spirito libero e critico del confronto tra le culture.

situazione 1947
proposta 1947
situazione 1949
proposta 2000

a scuola in Palestina…

sta scendendo il silenzio

dopo l‘intervista ad Aharon Shabtai sul salone del libro che ho riportato qui
dopo l’eroico appello degli scrittori “nel nome della letteratura” a cui ho risposto con una lettera
dopo la saggia proposta di Diego Ianiro che ho sottoscritto

dopo le ultime stragi a Gaza

sta scendendo il silenzio…
silenzio…

invito a leggere la lettera di Gianni Vattimo su “la caverna”
e quella di Suad Amiri

ma soprattutto a firmarne l’appello


risparmiando i commenti (ovvii e banali) sulle capre ed i cavoli – e anche quelli meno ovvii sui 106 palestinesi uccisi negli ultimi 40 giorni… sottoscrivo e pubblico questa saggia proposta di Diego Ianiro su Nazione Indiana nel nome dell’onestà intellettuale sebbene dubiti fortemente che venga accolta. Eccola qui.

Cari amici di Nazione Indiana,
chi vi scrive ha sostenuto, e sostiene, una posizione nettamente critica nei confronti della politica dello Stato d’Israele da quando ha avuto modo, per brevissimo tempo, di toccare (sfiorare?) con mano i suoi effetti nella West Bank nel 2005. Ne ha parlato proprio qui come altrove.
Chi vi scrive sa che il governo italiano, indipendentemente dal colore sbiadito che possa assumere, è un fedele alleato di quello israeliano, con il quale ha – per esempio – stipulato un accordo di cooperazione militare (legge 17 maggio 2005 n°94).
Chi vi scrive, ovvero io signor nessuno, crede di essere abbastanza in grado di riconoscere la cruda realtà dei fatti e le ragioni delle parti in causa nell’affaire della grande esposizione torinese.
Riconosco la non casualità della scelta di Israele come Paese ospite nell’edizione 2008 della Fiera del Libro di Torino e le ragioni del boicottaggio da parte dei ragazzi di forumpalestina.
Riconosco però anche la possibilità che esista una comunità di “puri” che, “nel nome della letteratura”, vede nel boicottaggio il pericolo di oscurantismo e il rischio concreto di una deriva che porti ad “includere nell’esclusione” anche le voci che, al di là della politica (ammesso che questo aldilà esista davvero), si distinguono per merito non solo critico ma anche per indubbio valore “estetico” e culturale.
Partendo da questo secondo punto, e in seguito al dibattito che si è venuto a creare tra filoboicottatori e firmatari, non-firmatari, firmatari pentiti/dubbiosi/con distinguo dell’appello stilato da Raul Montanari il 6 febbraio, ho proposto a Gianni Biondillo, un po’ provocatoriamente un po’ seriamente, di concentrare gli sforzi non sulle parole, o le adesioni delegate per firma, ma sull’azione concreta.
La proposta è, in primo luogo, mettere per un attimo da parte (nessuna pretesa di “eliminarle” perchè mi rendo conto della non fattibilità della cosa, anche da parte mia) quelle idiosincrasie che, volenti o nolenti, molti di noi provano nei confronti di altri, al fine di coordinarci per un’azione costruttiva all’interno del contesto che, a conti fatti, è stato definito e verrà comunque portato avanti. Mi riferisco alla Fiera e al Paese che ospita quest’anno.
Non credo sia più possibile tornare indietro, ammesso che la cosa abbia mai avuto un senso, essendo la fiera il principale prodotto della “Fondazione per il libro, la musica e la cultura” che è comunque un ente privato le cui scelte finali immagino non possano essere influenzate da soggetti esterni ai propri interessi. Allo stesso tempo sarebbe prendersi in giro se non riconoscessimo il valore di principale “vetrina” nazionale per tutto il nostro parco editoriale, e quindi insindacabilmente “culturale”, che la Fiera rappresenta a livello internazionale; ovvero sarebbe ipocrita non ammettere come la fiera sia, per noi e per chi ci guarda da fuori, la punta emersa e scintillante di tutta la nostra intelligencija.
Non si può dunque sindacare sulla legittimità della presenza di Israele – nonostante lo “scippo” all’Egitto – come “ospite” ufficiale così come non si può far finta di non vedere quanto profonda e lunga sia la portata di quest’invito, caduto non certo per pura coincidenza nell’anno del sessantesimo anniversario dalla “nascita” dello stato ebraico, che è di riflesso sessantesimo anniversario dalla Nakba. Se prendiamo tutti pacificamente atto di questa situazione si può, chi vuole farlo, passare alla “rinuncia” momentanea alle proprie antipatie/simpatie di cui sopra, e comprendere che la Fiera stessa può trasformarsi in opportunità. Come?
1- Accettando Israele come paese ospite
2- Motivando e proponendo “nel nome della letteratura”, come da appello, l’inclusione di tutte le voci e le penne nate, cresciute o residenti in Israele.
Per i firmatari dell’appello non dovrebbe essere difficile aderire a questi due punti, pena la disonestà intellettuale.
Per i non firmatari o i filoboicottatori, categoria nella quale mi inserisco, è ovviamente più problematico. Però ci si può incontrare proprio su questo terreno: ecco l’opportunità da mettere in pratica.
I firmatari propongono a forumpalestina di contattare quegli scrittori esclusivamente israeliani in linea con le loro posizioni (mi riferisco ad Atzmon, Pappe, Halper, Laor, Shabtai e tutti gli altri che i ragazzi del forum possono essere in grado di reclutare) per un evento speciale all’interno della fiera quale potrebbe essere una o più giornate di dibattito/confronto sul tema della democrazia israeliana (provvisoriamente intitolato “Israele sessant’anni dopo: affinità/divergenze tra lo Stato Ebraico e noi [ebrei]”). Le modalità e i tempi di questo “evento” devono essere coordinati insieme al forum e, ovviamente, all’organizzazione della fiera. La cosa però ha un senso solo se A- L’evento viene realizzato all’interno del calendario e dell’area della fiera;
B- All’evento partecipano sia il gruppo scelto dal forum che le voci più note e autorevoli della letteratura israeliana (Oz, Grossman e Yehoshua per esempio) al fine di garantirne anche una maggiore visibilità;
C- Le modalità e i tempi di discussione vengano calibrati in maniera equanime secondo una antipatica e noiosa, ma tuttavia necessaria, par-condicio;
D- Il divieto di usare impropriamente il termine “antisemitismo”, essendo tutti adulti e vaccinati alla retorica della propaganda. Chi ci guadagna?
– In primo luogo gli scrittori: nessuno di loro (a parte, forse, Pappe) viene pubblicato in Italia; la fiera sarebbe un’ottima occasione per far conoscere la propria voce ad una utenza enormemente più ampia.
– Chi ha firmato l’appello “nel nome della letteratura”: in questo modo sarà loro garantita la presenza vera e senza omissioni – la più insidiosa delle censure, l’omissione – di una rappresentanza di tutte le voci di Israele.
– Il forumpalestina, che avrà così l’opportunità di far entrare alla Fiera, e di far conoscere al paese di cui è specchio, chi dall’interno – e con assoluta cognizione di causa – combatte la politica del governo israeliano e perché.
– Gli organizzatori della fiera, che possono rivendersi l’evento come esempio di pluralismo ed equidistanza, altri termini orrendi ma ahimè necessari. So che qualcuno dirà “e i palestinesi?”. I palestinesi (che io personalmente vorrei fossero israeliani, e viceversa) hanno bisogno anche di questo tipo di cose, ovvero di efficacia, ché il boicottaggio da solo non basta. Troia è stata espugnata con un dono, per usare una metafora infelice.
Come iniziare?
Con una conta, qui su Nazione Indiana, vedere in quanti si è d’accordo a costituire un primo nucleo che proponga la cosa al forumpalestina e alla Fiera. Inserendo nei commenti il proprio nome e l’email. Utilizzando in seguito proprio NI per fare pubblicamente, di volta in volta, il punto della situazione.
Nella speranza di essere stato, entro i miei limiti, chiaro ed onesto pur in quella che, nella sua semplicità, potrebbe sembrare a molti una pretesa assurda.

ingenuo ed ottimista, ho l’attitudine a privilegiare sempre la buona fede… poi, a riportarmi con i piedi per terra, anzi, nel fango, scopro che la porcata c’è, sempre, e sporca tutto, anche le idee migliori…
quando imparerò a diffidare delle buone intenzioni e delle dichiarazioni di principio?

ecco: c’è un documento del 4 febbraio 2007 che annuncia che la presenza d’onore al Salone del libro di Torino è felicemente destinata all’Egitto!

Quali pressioni ha dovuto fare Israele per modificare questa decisione?

Quale faccia come il culo hanno dovuto esibire le istituzioni e gli organizzatori per annunciare la decisione di ospitare Israele?

Quale consapevolezza hanno di questo i sottoscrittori dell’appello?

Quale mancanza di coraggio hanno gli stessi a non ammettere di aver preso una cantonata, seppure (alcuni) in buona fede?

Quale pelo sullo stomaco si devono far crescere tutti costoro?
In nome di che cosa?
E cosa c’entra la letteratura in tutto questo?

 

qui il link del dibattito sul FORUM PALESTINA

qui il link del DOCUMENTO UFFICIALE che annuncia l’Egitto come ospite

cari scrittori firmatari, ripeto ciò che dicevo nel post precedente:

… Quanti di voi, che avete sottoscritto l’appello, hanno rapporti con gli scrittori dissidenti e pacifisti di Israele che, anch’essi totalmente israeliani, boicottano il sistema aggressivo e colonizzatore e vengono per questo messi a tacere? Quanti di voi sostengono gli scrittori israeliani che disperatamente si oppongono? Ho l’idea che non vi siate nemmeno posti il problema.
Ecco perché sostengo che questa firma sia troppo comoda, distratta, inconsapevole ed incosciente. Perché sostiene un governo, non una cultura. Un potere, non un popolo. Un brutto potere…. un brutto governo… colonialista e sanguinario… che violenta ogni cultura. Anche la propria.

La vostra è una firma ciecamente ‘coraggiosa’, che manca totalmente di coraggio e di sguardo.
E’ una firma superficiale che ci trascina in basso, che colpisce la dignità di due popoli: quello palestinese e quello israeliano insieme.
E’ una firma POLITICA, ma non ETICA, che conforta l’arroganza di un sistema basato sull’oppressione e sul potere economico, un sistema sostenuto da questa Europa ipocrita ed altrettanto arrogante.

E’ l’occidente, amici… il comodo e confortevole occidente…
e chi non ci sta, scenda dal carro.

avevo messo l’immagine di alcune banconote di Israele
sono sparite… vuoi vedere che se le sono riprese?

Se le avessero prese loro, non le rivedrò mai più. Se invece le ha prese qualcuno di voi scrittori, è pregato di riportarle qui immediatamente.

 


questo appello, pubblicato in rete dall’ottimo Tiziano Scarpa – scrittore che mi è molto simpatico… (io sono un
fan della scuraglia) – e sottoscritta da molti sulle riviste il primo amore e Nazione Indiana (vedi in fondo) mi lascia perplesso per la sua leggerezza, la sua cieca “obiettività”, il suo freddo senso della “democrazia”.

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Nel nome di quale idea della letteratura si parla? Penso subito ad un’idea della letteratura astratta, inconsapevolmente (…?) e colpevolmente funzionale ai sistemi di riproduzione e tutela del controllo sociale.
Al potere, da sempre, serve un’arte inoffensiva che fornisca un’idea del mondo pacificante e pacificata e magari metta anche in discussione i meccanismi, sì… ma solo in maniera prudentemente astratta ed in condizioni di apparente uguaglianza del diritto di parola.
Da sempre i sistemi delegano agli artisti il compito di rappresentare libertà fittizia in sistemi sociali basati sul privilegio, in cui la libertà è inesistente o estremamente sacrificata. Da sempre agli artisti viene affidato il compito di rappresentare ‘liberamente’ le frustrazioni e gli orrori di sistemi malati, inumani, oppressivi. Gli artisti assolvono il compito di alleggerire la cattiva coscienza del potere rappresentando in maniera innocua le sue malattie più orribili e, per questo, venendone ricompensati con l’accredito a corte, alla parola, ai media, al privilegio…
Niente di male… stiamo lavorando… dobbiamo campare… abbiamo famiglia… ma che almeno qualche volta questa parola si ritorca contro… che almeno si sfruttino gli spazi di visibilità per sforzarsi di avere una visione critica!

Cari scrittori, vedete, io da sempre sono convinto (e per questo eticamente indistruttibile) che il privilegio della parola pubblica possa essere delegato soltanto da un popolo, una gente, un gruppo: quello nel cui nome si è autorizzati a parlare. E che questo popolo stesso ti tolga la delega nel momento in cui non lo rappresenti più, nel momento in cui non viene assolto il debito. Sono convinto (ed ho anche pubblicato un libro al riguardo), che quando un artista calpesta in pubblico un metro quadro di mondo e si espone alla visibilità, svolga il dovere di parlare in nome di qualcuno che l’ha incaricato. Ogni artista, nell’atto creativo ed in ogni suo gesto pubblico, non porta soltanto un’opera, ma, anche solo temporaneamente, aggrega un popolo che lo ascolta, compra i suoi libri o va a vederlo in teatro e nei luoghi dell’arte.
Qui, in questi luoghi, ognuno sceglie la propria committenza e ne porta la voce trasformata dalla propria arte in opera, in sublime, in necessario, in fantastico, in bello, in terribile…
L’arte è dunque per me è solo lo strumento tecnico di cui ci si è dotati per rendere credibile socialmente la propria presenza – sperabilmente etica.
E dato che la mia presenza è spesso dannatamente dissidente, divergente, mi servo dell’arte per raffinare e mantenere la mia credibilità pubblica, per non essere punibile nella mia pratica di testimonianza e quindi continuare a percorrerla.
Per quanto mi riguarda (ma a questo nessuno è obbligato) il compito è di trasportare la voce di chi non ha voce.
Per farlo bisogna però ‘transvivere’ oltre le proprie miserie personali, diventare esemplare, trasformare il proprio Ego-Centrico in Ego-Topico, calpestando con tale intensità quel metro quadro di mondo da scavare un solco visibile, oltre sé stessi, riscattando i propri limiti personali e quelli della società che ti vorrebbe invece ‘funzionale’.
Poi si rientra tranquillamente nella propria miseria quotidiana, della quale non si deve rendere conto a nessuno oltre sé stessi.

In questo senso la vostra firma è troppo leggera ed innesca un meccanismo perverso il cui risultato è: “Vedete… qui siamo liberi di parlare e di lasciar parlare…”
Niente di più falso e strumentale al potere. Niente di più acquiescente…
In nome di quale popolo state parlando?
Quando ci si astrae pronunciandosi in nome di una solo apparente libertà, si perde il senso profondo delle cose. Io credo solo nella libertà applicata, nell’etica concreta dei comportamenti quotidiani privati e pubblici.
Quanti di voi, che avete sottoscritto l’appello, hanno rapporti con quegli scrittori dissidenti e pacifisti di Israele che, anch’essi totalmente israeliani, boicottano il sistema aggressivo e colonizzatore e vengono per questo messi a tacere? Quanti di voi sostengono quegli scrittori israeliani che disperatamente si oppongono? Ho l’idea che non vi siate nemmeno posti il problema.
Ecco perché sostengo che questa firma sia troppo comoda, distratta, inconsapevole ed incosciente. Perché sostiene un governo, non una cultura. Un potere, non un popolo. Un brutto potere…. un brutto governo… colonialista e sanguinario… che violenta ogni cultura. Anche la propria.
Israele, come ogni sistema, si serve evidentemente dei suoi scrittori e dei suoi artisti per poter avallare un’idea orribilmente falsa di stato democratico, di pensiero e respiro dell’arte e dell’espressione.
Anch’io firmo e firmerò sempre per la libertà e la pace, per i diritti alla terra ed alla vita, alla cultura, ma di tutti… non di uno contro gli altri. E non di un potere.

Così immagino che questa firma sia stata posta da voi, scrittori, quasi come un ‘dovere’ da assolvere velocemente, distrattamente perfino, senza guardare troppo a ciò che Israele compie rispetto al popolo palestinese. Sono convinto che nessuno di voi in questi giorni si sia posto il problema di agire “con altrettanta forza e consapevolezza” rispetto al dramma di Gaza, dove si continua a sterminare, dove qualcuno subisce un’oppressione di tale portata che, senza dubbi, oggi può essere indicata col termine di genocidio.

leggete l’intervista al caro Aharon Shabtai, poeta di grande qualità e profondità, che riporto in un post precedente, e pensateci sopra un momento

La vostra è una firma ciecamente ‘coraggiosa’, che manca totalmente di coraggio e di sguardo.
E’ una firma superficiale che ci trascina in basso, che colpisce la dignità di due popoli: quello palestinese e quello israeliano insieme.
E’ una firma POLITICA, ma non ETICA, che conforta l’arroganza di un sistema basato sull’oppressione e sul potere economico, un sistema sostenuto da questa Europa ipocrita ed altrettanto arrogante.

E’ l’occidente, amici… il comodo e confortevole occidente…
e chi non ci sta, scenda dal carro.

Non abbiatevene a male… ancora una volta sto solo cercando di pensare. E, come sempre, mi conduce un istinto d’amore.
Infatti pubblico il vostro appello e invito chi lo condivide ad aderire…
Ma anche c
hi non lo condivide ad opporsi fermamente.
E tutti voi a ripensarci (e quello sì, sarebbe un gesto di vero coraggio)

Con immutato affetto
Alberto Masala

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Nel nome della letteratura
Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008

Con questa firma esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.
L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.
In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale amministrazione israeliana, possono tranquillamente, diremmo perfino banalmente!, coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.

Raul Montanari

prime adesioni:

Alessandra Appiano, Alessandra C., Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Silvio Bernelli, Gianfranco Bettin, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Marcello Fois, Francesco Forlani, Gabriella Fuschini, Giuseppe Genna, Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob), Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar, Nicola Lagioia, Loredana Lipperini, Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa, Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali, Vittorio Zambardino, Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)

 

06. febbraio 2008 · Commenti disabilitati su boicottare Israele? direi di sì… · Categorie:attivismo, blog news, nel sociale · Tag:, , , ,

conosco personalmente e stimo Aharon Shabtai: pochi mesi fa eravamo insieme a San Francisco invitati da Jack Hirschman. Credo che sia importante, in questo momento in cui si discute del boicottaggio di Israele al Salone del libro, ascoltare la sua voce.
Ho preso
l’intervista fatta da Michelangelo Cocco per il Manifesto e la riporto qui integralmente.

«È un’occasione di propaganda, per questo io, israeliano, non sarò al Salone di Parigi» – Il poeta Aharon Shabtai declina l’invito a partecipare all’evento culturale francese e accusa la deriva di destra del suo paese, che solo un intervento dell’Europa potrà arginare
Per le sue traduzioni dei Tragici, dal greco classico all’ebraico moderno, gli fu attribuito nel 1993 il Premio del primo ministro israeliano. Era il periodo del processo di pace di Oslo e Aharon Shabtai credeva che il governo fosse intenzionato a fare la pace con i palestinesi. Accettò l’ambìto riconoscimento. Qualche settimana fa invece il poeta, uno dei più famosi nello Stato ebraico, ha declinato l’invito rivoltogli a partecipare al Salone del libro di Parigi. Nato nel 1939 a Tel Aviv, autore di una ventina di raccolte di poesie e conosciuto all’estero soprattutto per «J’accuse» – in cui si scaglia contro il governo e la società del suo paese – è uno dei più radicali nella pattuglia di intellettuali «dissidenti». Secondo Shabtai, che ha risposto al telefono alle domande del manifesto, lo Stato ebraico sarebbe in preda a una deriva di destra che potrebbe essere arginata solo da un intervento dell’Europa, il Continente dei Lumi che dovrebbe aiutare «l’apartheid israeliana» a compiere una svolta come quella impressa al Sudafrica dall’ex presidente De Klerk.

Aharon Shabtai, perché ha rifiutato l’invito di Parigi a partecipare al Salone del libro?
Perché ritengo che si tratti di un’occasione di propaganda, in cui Israele si metterà in mostra come uno Stato con una cultura, dei poeti, ma nascondendo che in questo momento sta compiendo dei terribili crimini contro l’umanità. Lo stesso presidente Shimon Peres, responsabile del massacro di dieci anni fa a Kfar Kana (in Libano), parteciperà. Per me sarebbe stato impossibile andare a leggere i miei testi a Parigi.

Qual è l’immagine dell’altro – del palestinese – riflessa dalla letteratura israeliana?
Nel sionismo – uno dei frutti del nazionalismo dell’800 – c’erano elementi positivi: l’idea che gli ebrei, reduci dalle persecuzioni in Europa, venissero qui in Israele acquistando libertà e indipendenza. Ma ora ci siamo trasformati in uno stato coloniale, con i giornali che fanno propaganda razzista contro gli arabi e i musulmani. Siamo un popolo avvelenato da questa propaganda. La maggior parte della letteratura «mainstream» è completamente egocentrica: non è interessata all’altro, rappresenta la vita della borghesia e si occupa di problemi psicologici. La nostra letteratura non ha a cuore i problemi morali cruciali di questo momento storico. Si configura soprattutto come intrattenimento borghese. In questo contesto la maggior parte degli scrittori si dichiara in termini generali «per la pace», ma quando c’è da prendere una decisione per fare qualcosa di «aggressivo» si schiera col governo, come durante l’ultima guerra in Libano, quando Yehoshua, Grossman e Oz hanno scritto sui giornali che si trattava di un conflitto giusto. All’estero dipingono l’immagine di un Israele liberale, ma sono parte integrante del sistema.

Ma il governo israeliano è ufficialmente impegnato in colloqui di pace con l’Autorità nazionale palestinese e ammette l’urgenza di dare ai palestinesi uno stato, anche se solo in una parte del 22% della Palestina storica.
Il problema non è lo Stato, ma la terra. Qui i giornali ne parlano apertamente, ogni giorno, molto più che in Italia e in Europa: gli insediamenti, la confisca di territorio, il controllo dell’acqua da parte delle autorità israeliane aumentano di giorno in giorno. Questi sono i fatti, molto diversi dalla propaganda utilizzata dal governo: i palestinesi non hanno più un territorio.

Che significato ha per lei il 60° anniversario della fondazione dello Stato ebraico?
Dopo sessanta anni ci troviamo di fronte a un bivio: o continuare a essere uno stato coloniale e proseguire con la guerra, mettendo seriamente in pericolo il futuro d’Israele perché – non dobbiamo dimenticarlo – viviamo in Medio Oriente, non in California. L’alternativa è fare come (l’ex presidente sudafricano) De Klerk: invertire la rotta e provare a dare ai palestinesi pieni diritti sulla loro terra, cercando di creare un uovo sistema di pace. Altrimenti non sopravvivremo né da un punto di vista morale, né come stato, perché la guerra si espanderà a tutto il Medio Oriente.

Alcuni gruppi della sinistra italiana sono pronti a boicottare la Fiera del libro di Torino, mentre la sinistra istituzionale si oppone perché, sostiene, il boicottaggio va contro i principi stessi della cultura, provoca reazioni negative e gli intellettuali non sono responsabili delle azioni dei loro governi.
Quello che affermano è assurdo: durante il periodo hitleriano o durante l’apartheid intellettuali come Brecht e tanti altri si univano per combattere il fascismo e il segregazionismo. Gli intellettuali, assieme alle organizzazioni di base, contribuirono alla fine dell’apartheid. Gli intellettuali – che devono essere liberi – dovrebbero partecipare al boicottaggio. Un aiuto dall’Europa, che boicotti Israele non in quanto tale, ma in quanto establishment politico militare che sostiene l’occupazione, è l’unica possibilità di salvare i palestinesi e noi, gli ebrei d’Israele.

Da dieci anni, dal tramonto del movimento pacifista, siete fermi a un migliaio di «dissidenti» che manifestano contro la guerra. Perché non riuscite a raggiungere un’audience più ampia?
Perché in Israele tutte le televisioni e tutti i giornali educano la gente al nazionalismo, con un lavaggio del cervello quotidiano. Ora sono seduto, qui nel mio appartamento, e posso sentire distintamente il mio vicino che sta dicendo: «Gli arabi non sono un popolo, sono barbari, avremmo dovuto colpirli con la bomba atomica». Quello che afferma l’ha imparato dai mass media, che creano panico e rabbia mentre i politici collaborano con l’establishment militare. Viviamo in una situazione orwelliana: ogni giorno la tv ripete quanto sia terribile vivere a Sderot, dove quasi nessuno viene ucciso. A due passi dalla cittadina israeliana c’è l’inferno di Gaza, che è diventata un ghetto.

Ma cosa possiamo augurarci in un futuro prossimo?
Io spero nell’aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l’occupazione fin quando l’Europa non gli dirà «basta», perché Israele dipende dall’Europa e dagli Stati Uniti. Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale – in cui a dettar legge è l’esercito – non può essere cambiata dall’interno. Per i valori di cui è portatrice, l’Europa non può continuare a collaborare con Israele. Io spero che in un anno o due l’Europa possa cambiare rotta.