Omicidio Francesco Lorusso – Una storia di giustizia negata – di Franca Menneas – un libro necessario – a questo link l’introduzione

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Sergio Secci ed io per un anno dividemmo lo stesso appartamento in via Miramonte 15 a Bologna.

Impossibile non andarci d’accordo e non volergli bene: dolce, cortese, intelligente, generoso, pronto al sorriso.
L’avevo perso di vista perché, prima che lui si laureasse, ero andato a stare per quasi due anni a Venezia.

La mattina del 2 agosto 1980 ero in via della Ghisiliera 10, a poca distanza in linea d’aria dalla stazione, a lavorare per il gruppo teatrale di cui facevo parte.

Alle 10,25 ero nelle cantine e non sentii l’esplosione. Ma cominciai a sentire insistentemente un suono ossessivo e ininterrotto di sirene. La via è sul percorso tra l’ospedale Maggiore e la stazione. Salii in strada, presi la moto e decisi di seguire le ambulanze per capire. Impossibile descrivere quello che vidi. Non si respirava. Caricavano i primi feriti sul pavimento dell’autobus. Parlavano delle condutture del gas. Tornai in laboratorio, presi il furgone della compagnia e lo misi a disposizione. Mi pareva l’unica cosa concreta da fare per non intralciare i soccorsi.

Due libri… ora mi sono rimasti solo due libri di quell’appartamento in via Miramonte dove abitavamo in tre, e dove, ogni mattina, Pai Tsun I, lo studente cinese di cinema, con la sua gentilezza orientale, tentava di offrirci per la colazione una orribile tazza di blodo con ancora le piumette della gallina che riemergevano…
– “Vuoi blodo?” – “No, grazie, Sergio ed io prendiamo il caffè…” così ogni mattina…

Quando corsi col furgone verso la stazione, non immaginavo che, qualche settimana più tardi, avrei letto su Linus un piccolo articolo che parlava di Sergio Secci… all’ospedale Maggiore… con gravissime ustioni in tutto il corpo… Non è possibile… Sergio… altra corsa al Maggiore… “Secci?… è già morto… da circa un mese… mi dispiace…

Conservo i due libri che gli dovevo restituire.

2 agosto1980 – ore 10,25

stazione di Bologna

sala d’aspetto di seconda classe

23 kg di esplosivo

85 morti

200 feriti

lo Stato italiano non ha ancora dato spiegazioni

 

verso una memoria condivisa: le testimonianze

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la rassegna estiva dei Teatri di Vita quest’anno ha il titolo: Cuore di Grecia

Lettere dal fronte interno

Fra le altre iniziative nel programma, una personalità della società civile greca scriverà una lettera ad un omologo italiano. Ogni sera, durante il festival, questo “omologo italiano” leggerà la lettera: il sindaco, l’architetto, il pensionato, l’economista, lo studente, il giornalista, il ricercatore, il poeta…

Io riceverò una lettera da Tsalapatis, poeta greco, e, il 26 luglio alle 21, la leggerò in pubblico e gli risponderò.

Cuore di Grecia, al Parco del Triumvirato di Bologna

e grazie a Loredana Lipperini ecco qui il testo completo della lettera

 

Il Leonardo – Libreria delle Arti di Bologna

Alberto Masala

GEOMETRIE DI LIBERTA’
terza scrittura

 

venerdì 13 aprile 2012, ore 18,00

INTERVERRANNO I DUE STUDENTI AUTORI DELLE NUOVE INTERVISTE CONTENUTE NEL LIBRO:

Alessandro Giammei – Università ‘Normale’ di Pisa.
Marzia D’Amico – Università “La Sapienza” di Roma.

MODERATORE:
Christian Caliandro – Università IULM di Milano

“Il Leonardo – Libreria delle Arti” – Via Guerrazzi 20, Bologna
tel. 051.238147 – fax 051.227766 – info@il-leonardo.com – www.il-leonardo.com

15 – 30 novembre 2011
Cappella Santa Maria dei Carcerati (Tremlett)
Palazzo Re Enzo
Piazza Nettuno
Bologna

 qui alcune immagini

Nel festival La violenza illustrata, la mostra itinerante Testimoni silenziose, dedicata alle vittime della violenza domestica, viene reinterpre­tata quest’anno da una installazione di Fabiola Ledda, che allestisce un sacrario intimo dedicato alle  donne uc­cise in Italia nel 2010 dalla violenza maschile (elenco tratto dal report sul femicidio curato da volontarie della Casa delle donne).

>senza parole riporto questo triste comunicato

Sabato 14 febbraio alle ore 16
critical mass silenziosa a lutto
Piazza Nettuno, Bologna

Domenica 8 febbraio in via Saragozza angolo via Audinot alle ore 21,30 Paride è stato investito e ucciso da un SUV guidato da un ventenne che era sulla preferenziale. La notizia è qui.

Nel frattempo ci son stati altri due investimenti mortali in provincia di Bologna.

Paride Emiliano Idda era un ragazzo sardo di 24 anni, uno studente di Sassari, un fumettista appassionato di pittura che frequentava la ciclofficina e lo spazio sociale autogestito XM24 a Bologna. Giovedì 12 febbraio alle ore 12 sul luogo dell’incidente un gruppo di ciclisti ha appeso questo striscione


Nella serata di Domenica 8 febbraio 2009 Paride pedalava su via Saragozza quando è stato travolto e ucciso da un SUV. E’ l’ennesimo ciclista morto a Bologna, città che in soli due anni ha visto morire sulla sella ben cinque persone, tutte vittime del traffico motorizzato. Il vocabolario certamente non riesce ad esaurire tutto ciò che solo un doloroso silenzio potrebbe suggerire. E non sta a noi fare la cronaca di una morte che, mentre ammutolisce in quanto esseri umani, costringe tutti a non poter più tacere. Perché di nuovo, ancora, essa è l’estrema ma già nota conseguenza di una situazione che vede l’automobile rivelarsi come l’emblema di una cultura occidentale votata all’auto distruzione.

A Bologna di tutto questo se ne fa esperienza quotidiana. A nulla servono le mosse ridicole di quegli amministratori che vogliono rifarsi il trucco spacciando Bologna come città della bicicletta, Bologna ciclabile, Bologna va in bici e altre formulette per l’evenienza, perché così, drammaticamente, non è. Rifiutiamo indignati queste mascherate opportunistiche, poiché esse offendono sfacciatamente chi ogni giorno sceglie criticamente, sui propri pedali, di affrontare una città congestionata per tentare di ritrovarla, per reinventarla, per amarla. E prontamente gli avvoltoi mediatici sono scesi in picchiata sulla preda, per trarne desertificanti verità preconfezionate, ma che sappiamo ormai essere già da tempo scadute. Il collegamento, ad esempio, assolutamente ideologico, fra presunta ebbrezza del guidatore, mancato rispetto delle regole stradali e morte. Sappiamo invece che sul castello di carta della famigerata “sicurezza stradale” (formula tanto in voga quanto vacua) sta in bilico una società che, suo malgrado, sconta ogni giorno gli effetti e le conseguenze della secolare mitologia del “progresso”

che si è abbandonata totalmente alla Macchina, in un delirio fideistico risoltosi ben presto in dipendenza distruttiva da conflitti armati per il controllo di territori, persone e risorse energetiche

che ha preso la forma di asfissianti realtà urbane nelle quali vige la più selvaggia norma del “si salvi chi può”

che in mezzo alle nebbie dello smog urbano si dibatte convulsa, evitando di voler riconoscere se stessa in una morte che è sempre stata già lì, per terra, sull’asfalto quotidianamente unto dall’indifferenza.

per saperne di più visita i siti:

Ho visto un bambino morto in braccio a suo padre. Dopo questa immagine è davvero difficile mantenere la calma ed una presumibile obiettività. Cerco di trattenere il fiato e le lacrime e mi guardo attorno. Stasera il servizio sul TG1 è stato aperto da un giornalista che, con voce squillante e quasi allegra, annunciava l’avanzata delle truppe israeliane sulla striscia di Gaza infestata dagli integralisti di Hamas. dal tono si capiva chiaramente che anche lui, insieme a quelli che lo pagano, stava conducendo una Santa Guerra.
Non sto qui a dire che Hamas ha vinto con regolari elezioni e che i palestinesi hanno il diritto di autodeterminarsi anche se fanno enormi cazzate come votare Hamas. Sarebbe come dire che io invado l’Italia perché ha vinto le elezioni un ladro piduista e golpista come Berlusconi, che governa con fascisti e Lega. E già che ci sono invado anche Treviso e i trevigiani ai quali, col sindaco che si ritrovano, Hamas non gli fa nemmeno un baffo in quanto a integralismo. Poi invado la Sicilia perché da sessant’anni votano fermamente e coscientemente Cosa Nostra.

La lotta è impari. Non si può competere. L’informazione mainstream è troppo forte e non c’è alternativa. Ovvero, ci sarebbe, ma non la segue quasi nessuno. Come paragonare i venti lettori di questo blog ai TG o al Resto del Carlino? Comunque, per non lasciare mai niente di intentato, vi rimando ad una importante inchiesta che ho letto su Rekombinant dal titolo: “Il modello di costruzione delle news che ha unificato i tg di Rai e Mediaset nella copertura della crisi di Gaza viene da lontano”.
Si tratta di una serissima ricerca fatta dal Glasgow Media Group, una rete di accademici e ricercatori britannici che si occupa da oltre un trentennio di monitorare i media del Regno Unito, e che ha pubblicato nel 2006 un interessante testo di analisi sulla copertura che i media inglesi e scozzesi hanno dato al conflitto israelo-palestinese. La ricerca diretta da Greg Philo e Mike Berry s’intitola Bad News From Israel. Evidentemente non è tradotta in Italia dove la saggistica sull’informazione è sotto il controllo della politica istituzionale drogata dal conflitto d’interessi di Berlusconi e dall’illusione che, eliminato il conflitto, le notizie torneranno vere. Le autorità di controllo che commissionano un monitoraggio di comunicazione lo fanno su criteri non certo critici. È un circolo vizioso: l’intreccio tra media e politica produce la notizia, le autorità di controllo, all’interno dello stesso intreccio, la assumono secondo gli stessi criteri con cui viene emessa. Così si ottiene una comunicazione “utile”, ma non certo un’inchiesta. Andate a leggere i risultati ed avrete molto più chiaro questo discorso.

Ma torniamo a noi.
Come si fabbrica una falsa notizia?

Oggi sui giornali di Bologna si è palesata unanimemente l’isteria antislamica per le manifestazioni di sabato a sostegno della Palestina. Il motivo che ha maggiormente scatenato la rabbia è stata la preghiera del tramonto salat-al-maghreb – intonata dai manifestanti.
Mi sono informato: la salat è un dovere per i credenti praticanti. Farla tutti insieme in pubblico durante la manifestazione per Gaza aveva il preciso significato di orazione funebre per onorare la memoria di tutte le vittime, e non di affermazione dell’identità musulmana, o peggio, come blaterato dai leghisti, di “prova di forza”. O ancora peggio la Curia, che l’ha percepita come “una sfida” e “una regia per l’islamizzazione dell’Europa”.

Cito da una mail ricevuta:
(…) l’Imam in piazza non si è limitato a condurre la salat con le formule di rito, ma ha anche aggiunto diverse frasi esplicite su “donne, bambini e vecchi caduti sotto le bombe”. E il finto feretro davanti alle file stava una volta di più a rimarcare il senso di “orazione funebre alla memoria” più che il puro e semplice senso di identità musulmana: non era un “mettersi in mostra” fine a sè stesso, ma aveva un preciso scopo….
Ecco perchè quasi tutti i migranti hanno partecipato con sentimento alla salat, a prescindere dal fatto che fossero tutti praticanti o meno. Anche per noi è la stessa cosa: la commemorazione solenne dei caduti civili sotto un vigliacco attacco nemico è una cosa che coinvolge tutti gli esseri umani di qualsiasi religione o convinzione, anche gli atei.
E se la percentuale di partecipanti fosse stata di meno maghrebini e più palestinesi, si sarebbe svolto anche un rito cristiano di commemorazione dei defunti, dato che in Palestina c’è una forte presenza cristiana (anche a Gaza ci sono cristiani, chiese e scuole cristiane), un 20% circa della popolazione palestinese. (…)

A questo punto, se si seguisse la lettura leghista o quella della chiesa, si dovrebbe parlare di identità. Parola che io stesso, sardo ed appartenente ad un popolo, ho da molto tempo rimosso dal mio vocabolario per la sua valenza oscura, becera ed integralista. L’ho felicemente sostituita con la parola appartenenza, che non mi obbliga a dotarmi di uno stato, un inno, una bandiera, e, soprattutto, mi lascia tranquillo nella mia singolarità senza costringermi ad essere identico. Dico sempre che, quando sono partito dalla Sardegna, al mio paese non ero identico a nessuno, anzi… ero piuttosto diverso. Ma appartenevo ed appartengo con tutto me stesso, in corpore spirituque, a quella terra e quella gente. E mai me ne sono voluto distanziare né distinguere. Anzi… è lì che vorrò morire ed essere sepolto. Fra la mia gente.

Comunque, per capire dove stanno i brutti personaggi, quelli davvero pericolosi, ecco qui uno stralcio del comunicato leghista sul Domani di Bologna :
[…] il comunicato della Lega Nord provinciale diramato ieri pomeriggio, «condanna senza mezzi termini questa prova di forza mascherata da un esigenza di preghiera che non trova spiegazione alcuna» […] «è bastato un pretesto per scatenare le organizzazioni musulmane e portarle alla occupazione delle nostre piazze e dei nostri simboli religiosi e istituzionali, come lo è Piazza Maggiore in cui si erge la “blindata “, per motivi di sicurezza, Basilica di San Petronio ed il Palazzo Comunale, in cui la discussione sulla costruzione della nuova moschea è stata furbescamente congelata in vista delle prossime elezioni comunali». La Lega Nord parla di “strumentalizzazione e occupazione delle nostre piazze “e giunge a chiedere di fatto «l’immediata chiusura del centro islamico di via Pallavicini e preannuncia per sabato prossimo un sit-in in Piazza Maggiore per risvegliare le coscienze dei bolognesi».[…]

e per capire in che mani staremmo se non fossimo abbastanza resistenti, ecco un pezzo dell’intervista di Monsignor Vecchi sul Carlino. Una vera chicca che ci dice quanto questi figuri siano socialmente pericolosi. Oltre che guerrafondai. Un alto prelato che condivide un’azione di sterminio criminale e demonizza chi in piazza ha elevato una preghiera. Ma perché Bologna è da sempre condannata ad una Curia simile? Perché Milano ha Martini e Bologna questi loschi figuri?

La preghiera sul Crescentone è una sfida alla nostra identità
Intervista al vescovo vicario monsignor Vecchi: “C’è una regìa, vogliono islamizzare l’Europa. hanno usato la piazza come strumento di pressione”

Cos’ha pensato quando ha visto la fotografia dei musulmani, a centinaia, chini a pregare sul Crescentone, davanti a San Petronio?
«Ho pensato che è un segnale su cui riflettere. Questa non è una preghiera e basta. E’ una sfida, più che alla basilica al nostro sistema democratico e culturale. Da quel che è successo a Bologna ma anche in altre città abbiamo avuto la conferma che c’è un progetto pilotato da lontano. Cosa prevede? L’islamizzazione dell’Europa. Se ne accorse il cardinal Oddi, tra i primi. E aveva buone fonti». […]

Monsignore, la Costituzione garantisce la libertà di culto.
«Certo, l’articolo 8 riconosce quel diritto a tutte le religioni che accettano l’ordinamento giuridico italiano. Ma dev’essere letto assieme all’articolo 7».

“Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, dice fra l’altro.
«Quella cattolica è la religione storica del popolo italiano. Ci sono certi professori che vogliono farmi lezione ma anch’io farei volentieri un esame a loro».

Per spiegare cosa?
«Che c’è una distinzione tra Stato e nazione. La nazione ha un’identità. La sua identità di fondo, le coordinate fondamentali, il popolo italiano le ha ricevute dal cattolicesimo».

Quindi lei dice: la preghiera sul Crescentone come una sfida alla nostra cultura.
«Nelle manifestazioni di sabato c’è stata una regìa, è chiaro. La piazza come strumento di pressione, questo ormai lo hanno imparato bene. La religione è stata usata, strumentalizzata. Sono pienamente d’accordo con don Righi. La questione palestinese è politica, non religiosa. Confondere i due piani non è corretto. E poi penso alla svastica, alla bandiera d’Israele bruciata. Mi meraviglia molto la preghiera contro qualcuno. Si prega per i fratelli, non per il male degli altri».

Bologna è reduce da una lunghissima polemica sul progetto di un minareto.
«Ma sabato i musulmani non hanno manifestato per quello, quello non c’entra».

Non ha pensato, come il vicesindaco di Milano: la piazza come una moschea.
«No, ho pensato che questo metodo di non distinguere i problemi religiosi da quelli politici porta altro caos, e il nostro Paese ne ha già abbastanza. C’è bisogno, invece, di recuperare la nostra identità per arrivare a un’integrazione vera, che non dev’essere un affastellamento di culture».

La giunta ha congelato la nuova moschea, la comunità musulmana aspetta il prossimo sindaco.
«Quel progetto secondo me dev’essere abbandonato per sempre, è prematuro. Per integrare davvero i musulmani, servono luoghi di preghiera nelle diverse comunità dove queste persone vivono. Certo che c’è il diritto di culto. Ma non è vero che costruire una moschea è come costruire una chiesa».
[…]

>
Come una catastrofe che si ripete ogni anno bloccando la città, eccolo puntuale: il Motor Show.
Per chi non l’avesse mai subito, prendo qui un’affermazione da Bologna Città Libera: “… E’ come una fiera dell’eroina. Vendono veleno e ve lo fanno pagare caro”.

Ed è davvero così. Migliaia di giovani invadono Bologna da tutta Italia, come cavallette instupidite, per accarezzare una Ferrari e fotografare le seminude testimonial dell’imbecillità. A conferma di questo basti pensare che una dose minima (il biglietto d’ingresso) costa ben 30 euro.
Donne e motori, festival dell’idiozia per idioti che festeggiano con tiri di coca in attesa di passare presto al Viagra. Non spendo parole su questi “bravi ragazzi” che come massimo obiettivo di realizzazione e di integrazione sociale hanno due modelli: stare con gli ultrà o mettere una divisa.
Venite a vederli: sono il nostro futuro, il domani che ci attende.

Ma prima andate a leggere l’appello di alcune donne di Bologna sui messaggi sessisti del Motor Show: “Donne e Motori ? Preferiamo donne e uomini veri”.

Ed un avviso apparso nei cessi delle scuole di Bologna

Forse non è ancora tutto perduto!

>Parigi? quartiere latino…
San Francisco? North Beach…
Berlino? Kreuzberg…
Amburgo? St. Pauli…
Barcellona? barrio gotico, barrio chino, ecc…
e Amsterdam… Cagliari… Palermo… Istanbul… Madrid… Roma…
ovunque tranne che a Bologna…

tutte città dove si dorme benissimo, dipende solo dalle proprie nevrosi… dalla propria infelicità

il Pratello di giorno

io viaggio per LAVORO e dunque ho un diritto al riposo NON MINORE di chiunque altro
per esempio: l’ultima volta a Parigi, in strada sotto la finestra del mio albergo, c’era un gruppo rock-duro, amplificato, in pieno centro. Per TRE GIORNI mi è stata fatta una serenata MOLTO RADICALE fino all’una di notte. – prima sera, rock – seconda sera, reggae – terza sera, percussioni afro ed elettronica (bella sperimentazione, la migliore…)

L’unica difficoltà è stata quella di entrare e uscire dall’albergo, vista la folla. TUTTI AVEVANO UNA BOTTIGLIA IN MANO e si godevano la musica. TUTTI I LOCALI (a centinaia) intorno erano aperti e pieni di gente fino alle 3 di mattina. Non vedevo vigili da nessuna parte… la maggioranza delle persone sorrideva… ho scambiato degli interessanti commenti sulla qualità della musica col portiere del mio albergo, poi ho dormito. Ma pensavo: “se succedesse a Bologna… ci sarebbero già i carri armati ad occupare il quartiere…”
se dovessi tornare a Parigi e non volessi sentire nessuno, oggi prenoterei l’albergo in un’altra zona

ma voi… residenti del Pratello che protestate per il “rumore” ottenendo dal sindaco sceriffo un’ordinanza per far chiudere tutti i locali alle 22, voi…

perché avete comprato casa nel Pratello?
volevate ridurlo ai vostri paradigmi di esistenza?
avevate valutato il rischio di non riuscirci?

io avrei un’ipotesi da azzardare: avete comprato lì, in una vecchia via di prostitute e ladruncoli, perché costava poco. Molti di voi hanno addirittura “investito” nell’affare, subaffittando a studenti in attesa che la via si “ripulisse” e i prezzi degli immobili salissero all’inverosimile. Una via del centro fa gola a chiunque voglia speculare. E voi ci state provando. Ma allora lasciamo da parte i “diritti” (ché quello al silenzio non è più rilevante di quello alla socialità) e parliamo di affari: ogni investimento comporta dei rischi. Investire nel Pratello significa rischiare che le osterie non chiudano, anzi… dato che il comune ha emesso le licenze, che aumentino. E, investimento per investimento, beh… sto dalla parte di chi vende kebab o birra, non certo da quella di chi vorrebbe che tutto fosse inscatolato. Gli studenti che voi attirate a Bologna e spremete fino al midollo non hanno né devono avere i vostri ritmi o i vostri rituali. Vendete casa finché siete in tempo (che già ora vale dieci volte quello che l’avete pagata) e riacquistatela due strade più in là… succede…

il Pratello di notte

dunque una domanda agli studenti:
perché continuate a venire a Bologna?
perché continuate a fornire danaro e intelligenza a questa città così oscura, fatta per impedire il cielo?
perché non vi rendete conto che altrove si studia meglio e costa tutto la metà e, soprattutto, la gente sa ancora sorridere?…
andatevene… lasciate che questa città soffochi nelle nebbie della sua stessa decomposizione
Bologna ha perso la sua nobiltà proletaria: è una città di parvenus, di vecchi arricchiti che non sanno nemmeno fare il pane, ma lo vendono al doppio del suo prezzo

esperienza personale:
ho vissuto nel Pratello e non ho MAI provato fastidio per le voci umane o i rumori naturali, anzi… gli unici rumori per i quali ho sofferto – perché infastidivano mia figlia appena nata in casa, nel Crusél, il crociale angolo Pietralata-Pratello – e contro i quali ho lottato, erano:
1. i camion del rusco (il pattume per chi non è di Bologna), quelli del lavaggio strada o della campana del vetro scaricata alle due, le tre, le quattro di notte
2. i bonghi dei “bongoloidi”, ma perché non sapevano suonare, non era musica, solo battiti autistici…

cito un passaggio da un libro di qualche anno fa in cui mi si chiedeva di parlare di Bologna.
Sebbene residente ed abitante, risposi con un paradosso perché considero l’abitare un luogo il poter godere di tutte le occasioni di socialità e di cultura (ahi ahi, Bologna!… socialità?… cultura?…) che quel luogo offre: risposi che sto a Bologna, ma non abito a Bologna.
Infatti in questa città ormai vengo solo per dormire e non esco più di casa per paura di incontrare i suoi terribili abitanti, i “comitati dei residenti”, i sindaci sceriffi, la tipa psicofarmacizzata ed alcolista che per solitudine contina a denunciare da anni l’osteria sotto casa sostenendo che sente la gente parlare… e che nei giorni di chiusura o di ferie dell’osteria si aggira furiosamente ubriaca insultando chi passa per la strada. Poveretta… rimane per un po’ senza nemici…
e pensare che quando arrivai a Bologna, più di trent’anni fa, oltre alla vitalità della città mi colpì quella dei suoi vecchi, simpatici, allegri e dolcemente trasgressivi…

scusate l’auto-citazione, ma mi pare a proposito. eccola:

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“… Un altro fattore rilevante è che io non abito a Bologna … dove mi appoggio ormai da una trentina d’anni. Qui ho trasportato spesso il mondo che mi appartiene, qui sto, ma di passaggio. Però non abito più qui. Trasferisco da altrove le cose che qui vivo, oppure, da qui, le sposto altrove. Abitando in me stesso. Ormai sono soltanto io il luogo da cui vengo, e se parlassi di Bologna dovrei farlo parlando troppo di me, di quel nulla che si fa attraversare da Venezia, Amsterdam, Berlino, la Spagna, il Maghreb, Istanbul, la Sicilia, la Francia, gli Stati Uniti, i Balcani… e, sopra di tutto, la mia Sardegna perenne.

Sempre ostinatamente tornando a questa città senza vento, fatta per impedire il cielo, la luce, lo sguardo lungo.

A Bologna, come non succede da nessun’altra parte, l’intelligenza piove di scroscio ininterrotto. Ma queste strade ben impermeabilizzate non la sanno assorbire, questi portici ne nascondono i flussi, e quel poco che resiste, che non scorre veloce alle cloache, forma pozzanghere brillanti asciugate lentamente dal calore dell’indifferenza. A volte non lasciando nemmeno ricordo.”
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un’ultima cosa: andate a vedere come il comune stesso spaccia per vitale questa città utilizzando le foto della festa del Pratello del ’92, di cui anch’io ero promotore.
Se non ricordo male, era una reazione gioiosa e trasgressiva all’arroganza della municipalità: si faceva una festa (e non una lotta armata) per mettere la questione della mancanza di spazi abitativi e di socialità. Infatti tutto partiva dalle case occupate ai n. 76 e 78 della via. Oggi nel sito del comune sembra che l’abbiano fatta loro e che la città sia viva! La cosiddetta faccia come il culo. Nonostante non sia la prima volta che succede, non riesco ad abituarmi…

alberto masala

festa del Pratello nel ’92