In questi giorni terribili per la Palestina esce un mio nuovo libretto – a Gaza – edito da HEKET in una preziosa tiratura limitata.

Lo presento oggi, 15 aprile 2018, alle 20,30 insieme a Valerio Grutt e Matteo Totaro al Binario69 di Bologna.

Subito dopo, alle 21 circa, sarò in concerto nel duo con Marco Colonna, l’ispiratore del testo nel 2014 (che si può sentire a questo link).

Ecco l’evento con tutte le indicazioni:
https://www.facebook.com/events/231578720742167/

Caro Marco,

l’altra sera, alla presentazione dell’utilissimo libro “Compagno T.” di Cristiano Sabino, mi hai fatto una domanda diretta che mi ha colto di sorpresa. Eravamo alla fine di un interessante e prolungato dibattito (un’ora oltre il tempo previsto). I presenti, numerosi e ancora attenti, erano già stanchi. Io, lì solo per ascoltare, non mi aspettavo di essere coinvolto nella discussione.

La tua questione, per me molto importante, era: “Tu pensi che la lingua sarda debba essere unificata?”.

Avrei voluto rispondere argomentando le mie idee in proposito, ma tutti i pensieri che mi assalivano la mente sarebbero stati troppo complessi e difficili da condensare. Ho farfugliato disordinatamente alcune cose eliminandole rapidamente perché sapevo di non poterle spiegare in quel momento, ed ammucchiandole in una risposta che alla fine poteva essere condensata anche soltanto in un semplice: “Sì”.

Ebbene, la mia insoddisfazione successiva, quella che mi spinge a scriverti ora, deriva dal non aver potuto argomentare né distinguere gli elementi complessi che nel profondo compongono la mia risposta.

Dato che le parole hanno sempre un peso e non bisogna mai sprecarle, eccomi adesso a cercare di specificarle meglio.

Per non creare malintesi, dichiaro una volta per tutte che parlo dal mio punto di vista, cito me stesso, ma non mi sento né ‘speciale’‘migliore’. Ciò che dico non è singolare, sono alcune premesse, ovvietà ugualmente riferibili a chi è nato in Sardegna nei miei stessi anni.

  1. La lingua è il mio principale strumento di lavoro e del mio percorso di vita. E non solo del mio, essendo l’arnese che esprime spirito, pensiero, idea, socialità.

  2. Ambedue, come ben sai, veniamo da un popolo le cui lingue (tre principali, più le due minoritarie) sono state impedite, vietate, umiliate e soppresse dalla colonizzazione italiana e dalla conseguente auto-colonizzazione sarda.

  3. Una fortunata peculiarità familiare mi ha formato a tutte le lingue sarde del centro-nord: le due varianti del Logudorese, il Turritano di Sassari, il catalano. Ho poi acquisito dimestichezza col Campidanese grazie alle mie successive scelte di vita.

  4. Questa grande fortuna mi ha ‘allenato’ ad aprire le orecchie e la mente verso ogni pronuncia, ogni lingua, ogni suono, ogni ritmo del linguaggio, e mi ha slanciato verso un’attitudine, prima subliminale poi consapevole, orientata verso le differenze, le singolarità, le alterità. Una volta ho scritto: “Se avessi una patria, risiederebbe nella mia lingua. Ma non posso nemmeno pensare che, sebbene io possieda la variante più completa e letteraria di tutta la Sardegna, questa possa essere la lingua di tutti i Sardi. Amo le sfumature e le differenze, mi diverte ascoltare le complessità. Le lingue, le letterature, mi piacciono tutte. Penso che ogni poeta, ogni scrittore, porti in sé la propria lingua, ne scelga le forme, ne ricrei sempre l’uso che, a volte, risulta totalmente inedito”.

E qui vengo alla questione della Lingua Unificata. Certo, mi piacerebbe che ci fosse una comune e forte capacità comunicativa di un intero popolo. Per questo alla tua domanda ho risposto con un fragilissimo e tremante “Sì”. Ma sono anche consapevole che questo costituirebbe un arretramento dell’abilità espressiva dello stesso popolo.

Ogni “normalizzazione” è, per sua stessa definizione, violenta e impositiva proprio perché si basa su un concetto di normalità. La letteratura e la poesia non nascono mai da “lingue normalizzate”. Non ne conosco un solo esempio in tutto il mondo. Semmai avviene il contrario. E di questo sì, ogni letteratura ne è testimone.
Ciò che somiglia più alla normalità, alla stabilità della forma, è la sovrastruttura organizzativa che richiama il potere che la esprime. È come l’istinto al possesso, una sorta di “paresi dello spirito che ha come effetto l’immiserimento dello sguardo confinato in un vortice di opaca circolarità”. Una visione pietrificata e inerte.
In una lingua normalizzata vedo soprattutto questo pericolo: l’annichilimento delle sfumature e delle ricchezze espressive.

So che stiamo trattando contemporaneamente di due contesti diversi: in un caso c’è il disperato recupero di una ricchezza che negli ultimi cinquant’anni è stata passivamente dilapidata, nell’altro caso è invece una condizione in cui la padronanza del mezzo linguistico e delle sue sfumature permette l’agilità dell’immaginario.

Ebbene: il mio , così gracile e incerto, è riferito tutto al primo caso. Soffro quanto te a veder dispersa e calpestata una lingua, qualsiasi essa sia, figurati la mia tanto amata! Ma non sarei tranquillo se non ti esprimessi anche le perplessità. Innanzitutto tecniche. Ciò che finora “si è stabilito” sulla lingua non mi rappresenta abbastanza, non mi ci ritrovo. La sua artificiosità forzata conduce all’inespressività che vedo sempre più formulata in una forzosa traduzione delle forme italiane. E questo mi raggela. La mia ricchissima lingua è invece quella dei poeti pattadesi e ozieresi, del dizionario di Pedru Casu di Berchidda, degli appunti del dottor Amadu così amorevolmente integrati anche da mio padre.
Si stabiliscano pure quelle antipatiche forme, quell’uso dei verbi ausiliari sconnesso e indeciso, quell’abolizione forzosa delle doppie anche nei casi in cui l’orecchio (il vero unico proprietario dello strumento linguistico) mi dice il contrario. Una simile pronuncia delle parole mi risulta, come avrebbe detto mia nonna, istroppiàda, e, aggiungo io, sembra fatta da unu barrifaladu. E si usi l’italiano ch al posto dell’ispanico qui o que o del più internazionale k. Quelle stitiche regole daranno sicurezza alla burocrazia, ma la loro semplice esistenza non produrrà mai letteratura. Questa, come è ovvio, è da sempre affidata a chi scrive, canta, pensa, conosce i ritmi e ne inventa dei nuovi. Chi sa anche trasgredire le regole, insomma.
Ed io, che trasgredisco, ne ho fatto stile di vita, impegno etico. Sono un poeta incivile ed amorale. Sulla questione non faccio qui alcun discorso. In privato o in altra situazione mi piacerà riparlarne con te, che stimo e a cui voglio bene.

Chiudo citando alcuni passaggi da un mio libretto che tu conosci:

“Le isole non hanno deciso il mare in cui emergere né la qualità dei comportamenti dei propri abitanti. Possono soltanto suggerirli con la loro stessa conformazione. E testimoniare le tracce ereditate. Molte si perderanno o saranno sempre più sfumate e invisibili se non ci sarà chi vuole preservarle. Ecco: è come se ad ognuno nascendo venisse affidato in maniera casuale il compito di incarnare un’isola abbandonata in un luogo o nell’altro. La popoliamo più o meno densamente con pensieri, contatti, approcci, conoscenze, costruzioni… Domani tutto questo, noi compresi, sarà un pallido ricordo in chi verrà al nostro posto. Fino a scomparire. A meno che qualcuno non si prenda la briga di mantenere efficiente l’approdo e abitarne gli edifici che potrebbero resistere. Gli antichi costruivano con la pietra. Oggi si consuma in fretta e si costruisce male, con edifici fragili ed effimeri. In poco tempo non resta quasi niente. Ma si potrebbe edificare su chi ci ha preceduti riutilizzando gli stessi materiali. La memoria è spazio attivo che ogni volontà mantiene intorno a se stessa. Non ha a che fare col tempo, ma con i materiali con cui si edifica. Chi la conserva opera un restauro costante. E se da un lato qualcosa si sgretola, dall’altro nascono nuovi elementi”.

“La lingua è il mezzo espressivo che abbiamo in dotazione. Io la uso come strumento: cerco di farla incontrare col ritmo per riconoscere ogni volta dove il suono si perfeziona. Inoltre non mi sento vincolato a nessuna forma linguistica dal momento che la mia lingua materna, il sardo, mi è stata impedita”.

“Se scrivo in francese significa che ho pensato in francese. Così anche per le altre lingue. Il suono ed il ritmo devono già nascere nella lingua in cui scrivo. Anzi, a volte ho problemi a riprodurli nella successiva traduzione italiana. Scrivere in una lingua è come suonare uno strumento. Sono un polistrumentista… non vedo niente di eccezionale in questo e non sono l’unico”.

“… avere un atteggiamento consapevole e non retorico, essere interprete e voce della propria gente, impersonarne i linguaggi espressivi, rielaborarne i nuovi contenuti in nuovi contesti senza doversi rinnegare, ma saper avere una presenza altrettanto forte e riconoscibile nell’ambito dei linguaggi contemporanei. È l’intellettuale che io chiamo contemporaneo con radici”.

“Non sono un restauratore, ma so ancora vedere la differenza tra l’invenzione di un nuovo linguaggio e l’impoverimento lessicale, tra la creatività di un idioma e l’analfabetismo di ritorno. Perdere l’etimo significa perdere memoria dei percorsi umani. E anche perdere dignità, inchinarsi alle semplificazioni della lingua di un Impero che intanto ti disprezza come un parvenu”.

“In queste condizioni, unica forma di resistenza è la pratica quotidiana, personale e collettiva, della decolonizzazione, la riconquista dell’autonomia interiore a partire da noi stessi.

Spogliarsi dei modelli ideologici, inevitabilmente carichi di forme apparenti, per praticare modelli etici: l’arte è chiamata a questa funzione per potersi dimettere da una forzata condizione di funzionalità pedagogica, di rigenerazione dei Sistemi. Detto in parole semplici: l’arte non può parlare di libertà, ma deve invece parlare di liberazione”.

E la vita deve continuare a soffiare, non possiamo impedirla con la nostra rigidità. Noi siamo memoria in cammino che sta producendo nuova memoria. Il nostro compito è saper proteggere senza possedere… essere pronti a tutelare la piena soggettività di quello che normalmente chiamano oggetto dell’amore. In questo caso, sa Limba Sarda.

Ti saluto con un abbraccio e appuntiamoci già da ora delle future chiacchierate sulla dicotomia fra etica e morale, appartenenza e identità, sacro e divino, barbarie e civiltà

Alberto Masala

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Ho tradotto (dal francese) il nuovo libro di Hawad, il grande poeta tuareg – mio amico e compagno di strada – per una piccola casa editrice friulana, Edizioni via Montereale, insieme a Vanni Beltrami che ha fatto la prima stesura. La cura del libro e la traduzione dal francese sono di Hélène Claudot-Hawad, eccellente studiosa della gente Tuareg. la postfazione di Ludovica Cantarutti.

Dentro la Nassa è un libro importante che denuncia lo sfruttamento dei territori tuareg da parte delle multinazionali che stanno estraendo dalle sabbie del Sahara metalli rari e preziosi. Un altro terribile genocidio sta avvenendo nel silenzio generale: gli Stati coinvolti tacciono, o falsificano l’informazione, ed appoggiano le compagnie estrattive. Intanto i Tuareg vengono impunemente sterminati.

La poesia di Hawad, ancora una volta grande testimone dei popoli del deserto, qui rappresenta il drammatico canto della loro resistenza.

hawad

stralci dall’introduzione di Hélène Claudot-Hawad

(…) Il testo, compiuto nel 2013, è stato scritto nella tensione della rivolta dell’Azawad, partita all’inizio del 2012 e continuata fino all’intervento militare francese nel gennaio 2013, che infine riesce a rimettere in piedi lo stato e l’armata del Mali in piena decadenza ed a reinstallarli in forza nel Sahara, confermando di voler “dimenticare” il popolo tuareg.

(…) Per Hawad, la creazione dell’Azawad ha sepolto l’essenza della lotta centenaria di un popolo che tenta di liberarsi dal giogo coloniale e neo-coloniale. Se si rivolge all’Azawad in questo testo è perché esso è parte di sé – cioè del Tuareg che lui è –, una parte che ha raggiunto un tale stato di sofferenza, miseria, oppressione, da farle accettare la cancellazione, dietro le etichette che le sono state imposte. Attraverso questo personaggio evanescente, sul bordo dell’abisso, privato della parola, di spazio, di diritto all’esistenza, Hawad tenta di tracciare una figura che, pur priva di gambe braccia e lingua, può rialzarsi proiettandosi altrove…

(…) Il cammino è lungo. Hawad si serve della poesia, «cartucce di vecchie parole, / mille e mille volte falsate, aggiustate, ricaricate», come strumento di resistenza. E nomina i gradi di decomposizione del corpo tuareg e gli interessi minerari internazionali che spingono verso la sua distruzione ed il suo smembramento…

(…) Egli scava le ferite della disfatta e le fa sanguinare per provocare di nuovo una reazione, per rianimare i corpi in preda al tetano, per riportare lo sguardo alla lucidità: «Ma quando si è carne / allo spiedo in un cerchio di fuoco / bisogna saper guardar fisso le le fiamme.
L’obiettivo è valutare chiaramente la situazione e adottare la posizione distanziata che conviene. «Disgustati, / Azawad, sputa dall’alto come un cammello / ma mira bene, sputa sull’occhio buono! // Un guerrigliero sa scegliere il bersaglio / e risparmiare i colpi!»
Tutto ciò che fa male è enunciato chiaramente, come la solitudine «Tu sei solo, Azawad, / senza munizioni né braccia / né compagni o alleati all’orizzonte»
o il diniego «Chi sono gli Autori dei manoscritti?/ Chi sono i fondatori dei muri di Timbuctu? / Non furono le tribù Imessoufa, Imaqesharen, Igdalen, / Illemtayenb e gli Igelad, / Tuareg che oggi / (….) sono bruciati»
o la distruzione «Volti specchi infranti, / ritratti di donne bambini vecchi, / terra e uomini gettati nell’incendio, / in ginocchio nella melma / del fuoco che brucia.»,
o la replica del disastro coloniale «privazione, penuria / peste liturgia d’agonie nel caos / epilessia tellurica fremito della terra / litanie e rosari d’espropriazioni / esclusioni stermini / scorrere di valanghe violenze / distruzioni e quel che segue / rimbalzi di frammenti di sé / che si schiantano / su altri fischi del nulla»
o le illusioni «Non pensare che sotto la ruota / del carro troverai il nido di una chioccia, / salvezza, oblio, dove celarti»
o i compromessi vani «Non mendicare il respiro / della tua esistenza, / stravolgi il destino. // Lo sterminatore della tua gente / non ha bisogno dei tuoi servizi…..»
o l’invasione tecnologica. «Oggi nei cieli del Sahara e del Sahel / non più corvi né avvoltoi, / ma droni e proiettili».

(…) Hawad installa i pilastri che servono a costruire il solo tetto che può ospitare stabilmente i Tuareg, cioè se stessi che si riconoscono in se stessi: «Oltre a te, non c’è un altro / Tuareg di riserva / dietro cui tu possa riposarti».

(…) Perché, come l’Autore ricorda instancabilmente in tutte le sue opere, «essere sconfitti è un’arte / che si pratica nella solitudine / della penombra.»

(…)

Hélène Claudot-Hawad, settembre 2013

COVER_STRANOS ELEMENTOSNonostante la mia tenera età, i cari fratellini rappers – #StranosElementos – continuano a chiamarmi nelle loro imprese. Il loro ultimo lavoro è fantastico. E con un bel po’ di contributi fortissimi che elenco più sotto. Il disco si può scaricare interamente gratis a questo link su YouTube. La tematica? Lo dice il titolo stesso: una denuncia della vera Sardegna di oggi, colonizzata, invasa dai militari, inquinata, espropriata. Una Nazione senza diritti… la terra dei tumori e delle bombe. Per saperne di più, un’intervista su NOOTEMPO a questo link.

Oro Incenso e Quirra

Ecco il mio pezzo con la traduzione per chi non capisse il sardo-logudorese. S’intitola “A unu sard’ arressu” ed ho fatto una scommessa con me stesso: calare nel rap metri classici attingendo (e adattando) forme sardo-ispaniche che probabilmente hanno almeno quattro secoli (la struttura è: undhighina cun serrada / sestina retrogada). Ma, in fondo, basta restare sempre nel 4/4…

i contributi al disco sono di:

✘ Acero Moretti
✘ Alberto Masala
✘ Arricardu Pitau
✘ Camicie di Forza
✘ Dj Dras alias Sandro Rocchigiani
✘ ERGOBEAT
✘ Feitz
✘ Futta
✘ Pietro Rigosi
✘ MALAM InTè
✘ Marco Colonna
✘ Micho P Maloscantores
✘ Quilo kg Sa Razza
✘ Peterson Junior
✘ Su Akru
✘ Tone Abstract
✘ Tony Covarrubias

Aperto ad Atene il 22 aprile 2016, il City Plaza è stato trasformato da un hotel abbandonato da 8 anni in un progetto che fornisce una sistemazione, cibo, assistenza sanitaria e istruzione a oltre 1.500 rifugiati provenienti da paesi diversi, inclusi molti bambini, anziani, malati ed indifesi.

City Plaza è un’alternativa alle condizioni inumane dei campi profughi. Ospita i rifugiati nel cuore di Atene e offre una casa nella quale 400 sfollati possono vivere in sicurezza, con dignità e privacy, il genere di vita che non è possibile nei campi ufficiali e nei centri di detenzione.

Ma City Plaza non è solo un progetto di locazione. Si tratta di un progetto politico volto a dimostrare che è possibile gestire uno dei migliori spazi per alloggiamento in Grecia senza impiegati, finanziamenti istituzionali o esperti, attestando che sia una decisione consapevole il fatto che lo Stato non operi in tal modo. Questa decisione rafforza i confini e isola tanto fisicamente quanto socialmente i rifugiati, i quali vengono sistemati nei campi, nei centri di detenzione e nelle zone a rischio conflitto. City Plaza ha giocato un ruolo cruciale nel movimento di solidarietà per i profughi, guidando la campagna internazionale contro l’accordo tra UE e Turchia, lottando ed ottenendo i diritti dei rifugiati ad accedere all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

City Plaza non riceve alcun finanziamento da governi o ONG. Viene interamente supportato dalla solidarietà della Grecia e del resto del mondo. Persone da tutto il globo arrivano al City Plaza per lavorare e vivere insieme ai residenti come espressione della loro solidarietà.

Il 7 giugno 2017, numerosi organi d’informazione hanno denunciato come City Plaza, così come Papouchadiko e Zoodochou Pigis 119, altre due strutture occupate, siano state minacciate di sfratto. Sfratto che significherebbe per gli oltre 400 residenti di City Plaza, inclusi più di 150 bambini, essere costretti a tornare nei campi profughi o a vivere per le strade di Atene. Non è solo la loro casa ad essere minacciata, ma altresì la loro sicurezza e il loro benessere.

Grazie alla tua solidarietà e al tuo supporto saremo in grado di mantenere aperto City Plaza. Per favore, firma e condividi questa petizione!

https://www.change.org/p/hands-off-city-plaza-and-all-squats

Milano 10 marzo

venerdì 10 marzo alle ore 21
a Milano
Villa Schleiber, via Felice Orsini, 21

villa Schleiber     villaScheibler

notizie e storia di questo libro sono qui

Pesa-Sardigna

Pesa Sardigna è un blog anticolonialista (come lo sono anch’io) che ha preso nome da un mio verso. Mi fa piacere, li ringrazio ed auguro loro lunga vita. Nel primo numero aprono la pagina della cultura intervistandomi. e anche se l’intervista è anonima, io ringrazio Luana Farina per avermi fatto quelle domande. Ecco qui il link. Buona lettura.

Intervista ad Alberto Masala poeta e scrittore.

Omicidio Francesco Lorusso – Una storia di giustizia negata – di Franca Menneas – un libro necessario – a questo link l’introduzione

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“Taliban, i trentadue precetti per le donne” compie 15 anni.

Per festeggiare l’Otto Marzo 2016, a tutte le donne che lo chiederanno entro questa settimana, contattandomi nella sezione del banner qui in alto (scrivimi), spedirò via mail il pdf del libro nel formato originale. Disponibile anche nella versione francese (tradotto da Ambre Murard) o inglese (tradotto da Jack Hirschman).     Buon 8 marzo a tutte.

Al link qui sotto si può leggerne il percorso:

notizie e storia del libro Taliban

foto di Fabiola Ledda

foto di Fabiola Ledda

Sono subissato di richeste… non pensavo… chiedo pazienza e cercherò di esaudire – Grazie a chi mi scrive –
alcune mi chiedono “quanto devono”… a me nulla – se proprio volete pagare, fate un’offerta al RAWA (http://www.rawa.org/), l’associazione delle donne rivoluzionarie dell’Afghanistan per le quali era stato scritto il libro (nella causale mettete: “from the book Taliban of Alberto Masala”).

Un grazie speciale alle bambine di una classe elementare di Milano che mi urlano in coro:”Grazie di aver scritto un libro per noi bambine!”. Mi hanno commosso molto (ho il cuore tenero) – naturalmente tutto era orchestrato dalla loro meravigliosa maestra che si chiama Angela…

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lettera a tutte

care amiche
in tante avete chiesto Taliban
e tantissime di voi mi hanno mandato messaggi graditi e anche commoventi

ora, scusandomi con chi l’ha già fatto e con tutte per l’invadenza (che non si ripeterà più… tranquille… non sono uno spammer), vi comunico che – LIBERAMENTE, senza obblighi, e solo chi ne ha voglia e possibilità – potete mandare al RAWA un’offerta (anche piccolissima, non importa…) che sarà molto importante per sostenere il movimento e far sentire a queste sorelle la vostra presenza e la vostra solidarietà.
In fondo, quel libretto che vi ho spedito serviva a questo.
Ripeto: senza obbligo e liberamente, e solo chi può e ne ha voglia…

il sito del RAWA è: http://www.rawa.org/index.php
c’è anche (in alto nel banner) la versione italiana (ma ho l’impressione che non funzioni da tempo e sia meglio rivolgersi al sito-madre originale…)

se farete un’offerta, mettete nella causale : “from the book Taliban of Alberto Masala”
vorrei che sapessero che questa operazione è ancora in piedi… e che noi esistiamo sempre

scusate per l’invio collettivo
un abbraccio affettuoso a tutte insieme
grazie
a.

una-risata

Non, vous n’êtes pas Charlie.

 

La risata è la linea più breve tra due punti.
E ogni volta rischiara
i vostri immutabili valori.

Posso portarla spenta nel cervello
da qualche parte, in basso, verso il fondo,
avvolta in ragnatele polverose.

Ma, come l’acqua,
ritorna sempre dove ne ha memoria.

E poi come l’amore, malgrado non permesso,
non arretra, dilaga, e ancora di nascosto
senza riguardo ci riemerge al cuore.

La risata
è la distanza giusta fra la patria e il senso.

Voi sarete presenti?
Sapete bene ciò che è conveniente
cercando la salvezza più adatta alla stagione…

Non, vous n’êtes pas Charlie.
Vous n’avez jamais été Charlie.

Jan15-Parade