Sardinia Post
una bella intervista di Francesca Mulas

Alberto Masala, outsider della poesia: “Soffro per la mia Isola senza dignità”

L’intervista di Luana Farina su Pesa Sardigna a cui si fa riferimento nell’ultima domanda.

Il caro Daniele Barbieri ha ripreso l’intervista sul suo blog così attivo e necessario. Grazie.

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#ROSSELLA URRU LIBERA.

Felicità immensa. Solo un appunto: @La27ora del #corriere.it parla del “codice sardo”.

In buona fede, certo, ma a sproposito: ecco un’altra stronzata folclorica! Ed ogni volta mi sorprende l’incapacità degli italiani di leggere le altre culture. Anche, e soprattutto, quelle di casa propria.

Si confonde la riservatezza, l’attitudine culturale a non esibire i sentimenti con una questione di codice, con tutti i luoghi comuni su di noi che hanno infarcito le letterature: durezza, silenzio, vendetta, ostinazione, fedeltà… e via così con tutte le balle di cui i colonizzatori ci hanno riempito la testa. La cosa più grave è che noi le tolleriamo, le assumiamo come valore, e continuiamo a farci descrivere, a farci raccontare chi siamo da loro: quelli che non hanno mai saputo né leggerci né scriverci.

Il primo passaggio verso la decolonizzazione parte proprio da qui: dobbiamo avere la capacità di farli noi stessi i racconti su di noi. Altrimenti continueremo ad alimentare il loro paternalismo che affettuosamente alimenterà la nostra “barra”.

La cultura sarda dell’interno è una cultura montanara e pastorale. Questo non vuol dire che è più forte (la storia lo racconta bene). Vuol solo dire che i parametri dei comportamenti sociali sono “altri”, diversi da quelli della cultura contadina. Forse né migliori né peggiori, solo altri, differenti.

Nella visione dei comportamenti sociali della cultura pastorale la riservatezza si oppone al rumore, il forte senso del privato si oppone alla necessità dell’esibizione pubblica, il clamore è considerato sintomo di impotenza e di incapacità di affrontare le cose con razionalità, chi urla per strada è commiserato o considerato un folle. Questo si riproduce nell’educazione strutturalmente e costituzionalmente.

Un messaggio agli italiani, dunque: non si può leggere una civiltà pastorale con i parametri della civiltà contadina. Una civiltà a tradizione matrilineare con i parametri di una civiltà patriarcale.
Per parlare dei Sardi, per favore, si parta sempre da lì e ci si informi prima.

Allora sarà da considerare normale il comportamento discreto e non esibizionista della famiglia di Rossella. Tutti sapevano quanto profonda era la disperazione, il dolore, la paura, ancora più vera perché non esibita. Quanto, nell’intimo delle pareti familiari, al riparo dalla morbosità degli sguardi, tutto questo sia stato vissuto con smarrimento e speranza quotidiana. E il rispetto per questi comportamenti non li consegna al mito, ma li fa condividere con tutti quelli che sinceramente hanno sofferto e trepidato per la sorte di Rossella. Tutti avevamo certezza di quel dolore. Ed ognuno di noi ha, pateticamente forse, inadeguatamente, cercato di assumersene il carico anche con gesti pubblici. Il coraggio di Rossella ha matrici certe nella sua famiglia. Rispetto allora: chi è nato lì sa riconoscerle e loro non hanno bisogno di far ricorso a teatralizzazioni.

Il teatro non fa parte della cultura della Sardegna ed è stato introdotto artificialmente nel Novecento. Ma è culturale invece la celebrazione collettiva del dolore, misurata, a tempo e a luogo, senza esibizione. E si esprime soprattutto nella solidarietà emotiva e sociale.

Chiudo questo commento con un episodio che mi riguarda personalmente.
Mia madre, quando è morto mio padre, è stata tre giorni chiusa in una stanza a cui potevano accedere solo i suoi figli ed un paio di amiche fidate. Il dolore era tale e tanto profondo da non farla partecipare nemmeno al funerale: “Non voglio dar spettacolo” diceva… E nessuno ha mai pensato che non fosse sincera nella sua sofferenza. Anzi… abbiamo perfino avuto paura che ne morisse di quel dolore.

Non è una questione di codici, solo di dignità…

Sardi, conserviamoci così. Ma con consapevolezza e senza farcelo raccontare dagli altri.

ORA FACCIAMO FESTA TUTTI INSIEME

 

una nota successiva

Non mi va di dare addosso alla giornalista Elvira Serra. Non ho dubbi sulla sua professionalità, non lo merita di sicuro e non trovo “spaventoso” quello che dice. Anzi, forse, preso nel VERSO GIUSTO e in buona fede, potrebbe essere un incentivo a coltivare l’attitudine alla sobrietà. Cosa alla quale i media ci hanno disabituati interpretando alla perfezione l’avanzare di una tendenza che ha matrici lontane, dalla Milano da bere al Berlusconismo, e che ha pervaso orizzontalmente TUTTE le classi sociali e i livelli del pensiero, da destra a sinistra.
Benjamin e Debord, con anticipazioni preziose, ne avevano letto lucidamente il fenomeno narrando come i sistemi assegnino la delega storica alla cultura e ai media. Tutto succede quando nella vita reale irrompe la “rappresentazione della vita” che assume rutilanti modelli di successo e apparenza. Niente è più comodo al potere. Ma il discorso sarebbe lungo e andrebbe approfondito.
Il VERSO SBAGLIATO invece, quello che mi ha fatto reagire – più per prudenza e istinto alla vigilanza sull’uso simbolico delle parole, che per reali responsabilità della giornalista – è il modello che inserisce una devastante idea di “balentìa”, altrettanto comoda ai poteri. Questa lascia i valori in superficie amministrandoli solo nei comportamenti apparenti. Lo stesso è stato fatto con i tuareg e gli indiani d’America… non è un fenomeno solo “sardo”.
In questo processo l’elemento più affidabile è quello dell’auto-convincimento dei colonizzati: dell’auto-colonizzazione.
Ma c’è tempo per discutere e approfondire, anche, eventualmente, con la giornalista che considero incolpevole e in buona fede.

ORA PENSIAMO SOLO A FESTEGGIARE ROSSELLA.

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i miei fratellini di scoglio… da tempo ci vogliamo bene… da tempo collaboriamo… da tempo sostengo che la loro arte è ciò di cui si ha bisogno. Oggi più che mai. Grazie a Zianu, grazie a tutti loro

StranosElementos   –   Az.Namusn.Art

NOI TENIAMO ANCORA!

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SARDEGNA

sindrome Golfo-Balcani-Quirra

veleni di guerra, omicidi di Stato

Il RUOLO DELL’EUROPA

L’assenza di certezze scientifiche non deve servire da pretesto per ritardare l’adozione di misure” (ONU, protocollo di Rio 1992).

L’interesse nazionale cede di fronte al superiore interesse pubblico costituito dalla tutela della salute (…) che va protetta contro ogni iniziativa ostile da chiunque provenga e con la conseguenza che ha anche una valenza incondizionata. La tutela comprende le ipotesi in cui i rilievi scientifici non hanno raggiunto una chiara prova di nocività” (sentenza del TAR Sardegna di sospensiva all’installazione dei radar, 6/10/2011).

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art 32 Costituzione italiana).

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Cristiana Collu se ne va da Nuoro.

Un altro passo verso il precipizio.

È un’esagerazione? No… basterebbe l’elenco di tutto ciò che negli ultimi anni la Sardegna ha perso e sta continuando a perdere in termini di risorse umane e intellettuali.
Cristiana Collu se ne va. Ed anche se non ho approvato acriticamente ogni sua scelta, ma questo può rientrare solo in un fertile dibattito culturale (sempre auspicabile), dall’altro lato ne ho apprezzato il lavoro e l’intelligenza.

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Olbia è un vero laboratorio. Mi diranno che lo ripeto come un mantra, mi diranno che non si può parlare in maniera così indifferenziata di un intero territorio, mi diranno che ovunque esistono le sfumature e le gradazioni…

Rispondo che lo so. Ne sono pienamente consapevole. Ma so anche che il carattere generale di un territorio e dei comportamenti dei suoi abitanti si può e si deve estrarre in base a dati che vengono riconfermati (e a volte accresciuti) nel tempo. E che può essere dedotto analizzando la qualità dei suoi rappresentanti.

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07. febbraio 2011 · Commenti disabilitati su un colpo al cerchio ed un colpetto alla botte · Categorie:blog news, di Sardegna, nel sociale · Tag:, , , , , ,

La situazione è paradossale. Questi fogli locali, abbandonati alla loro sorte qualunque ne sia la proprietà, non cambiano nei decenni. Lì infatti intellettuali di spessore e buone firme del giornalismo, oneste e serie, possono agevolmente sedere nel box confinante a quello che contiene cialtroni incapaci o, peggio, in malafede… Tutti amorevolmente nella stessa testata. Ma è la storia dei fogli di provincia e non solo… bisogna rassegnarsi. Ma non per questo tacere.

Ho vissuto gli anni dell’Università a Sassari, questa oscura città di massoni e savoiardi, il luogo di Segni, Cossiga, Parisi e Berlinguer… ma non sono mai riuscito ad abituarmi alla sua condizione di totale e incontrollabile schizofrenia, e, in esemplare e coerente riflesso, anche del suo giornale storico: la Nuova Sardegna.

Oggi infatti ho letto un titolo commovente nella sua becera immobilità: da cinquant’anni la Nuova li ripropone fedelmente come solo i cari vecchi giornaletti di casa sanno fare.
Evidente come l’ottusa Musa ispiratrice sieda nella Questura. L’unico luogo dove il cronista pesca i suoi pezzi e ne sposa acriticamente le versioni. Mi chiedo se a questi poliziotti giornalisti vengano anche correttamente versati i contributi di categoria o se a quei giornalisti poliziotti spettino le gratificazioni dovute dal Ministero dell’Interno ai suoi fedeli dipendenti.

Sassari è una città triste. Lo pensavo quando ne frequentavo l’Università, e continuo a pensarlo ora. Infatti, se non fosse così, non si sarebbe mai potuto vedere un titolo tanto contraddittorio e servile come quello che oggi incornicia l’articolo che qui linko:

Di che si tratta? Quale bene comune è stato offeso? Quale proprietà civica è stata violata? Semplice: un prezioso cartello indicatore della E.On è stato coperto di catrame presumibilmente col lancio di un barattolo. Un orribile delitto, una violazione imperdonabile certamente commessa da uno o più delinquenti da cercare fra quei cittadini che forse si sono sentiti violentati dalla marea nera di tonnellate di catrame che la E.On ha legittimamente riversato su 180 Km. di costa. Dal Parco naturale dell’Asinara alla Pelosa di Stintino, dalle spiagge di Platamona e Marritza alle rocce di Capo Testa, passando per quella regione intorno a Porto Torres la cui popolazione, fra disastri ambientali e disoccupazione, ormai si consuma nella rabbia, rassegnazione ed attesa senza speranze.

Insomma: Vandali contro E.On è un titolo! Il titolo di un articolo su un giornale quotidiano! Una banda criminale ha lanciato un barattolo di catrame sopra un cartello privato! (Attenzione: non ho mai visto titoli simili sull’intera cartellonistica pubblica di tutto il centro Sardegna che, storicamente, è crivellata di colpi d’arma da fuoco).
Anzi, è la vile metà di un titolo la cui altra parte è un colpo alla botte buonista che purtroppo, collocata lì, risuona di tragico vuoto: l’eco-appello di Michela Murgia.

Sono uno che rispetta la legge e chiede che venga rispettata da tutti. Chiedo giustizia uguale per tutti. Pretendo che, quando questi vandali verranno catturati, la pena sia commisurata al delitto. Propongo che si proceda pesando letteralmente ed equamente l’oggetto del reato. E che ogni Euro di pena o ogni giorno di condanna inflitto a questi criminali che hanno sporcato l’insegna venga altresì inflitto, MISURANDOLO A PESO, ai responsabili della E.On.

Il conto è presto fatto: hanno lanciato un chilo di catrame? Un giorno di carcere e 1000 euro di multa. La E.On ha sparso una tonnellata? 1000 giorni di carcere e 1.000.000 di Euro di multa.

Cara Nuova Sardegna, questa sarebbe giustizia… intanto tu continui a coprirti di tonnellate di merda per la viltà che da sempre esprimi… e riesci perfino a lanciartela addosso senza che nessuno te lo imponga…

banner dall’opera di Az.Namusn.Art

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letterina (meglio, velina) a Michela Murgia che ha (criticamente) linkato sulla sua pagina di Facebook un articolo terribile, vergognoso…

l’insostenibile leggerezza del giornalismo

la Sardegna che vogliono da noi

Mi sembra di vederla quella giornalista che, spinta dalla necessità di piazzare un ‘pezzo’, si aggira con gli occhi spalancati alla Carfagna in un mondo di “minorati”, stupendosi che fra loro ci siano segnali di intelligenza. Ed allo stesso tempo, in cerca di una politically correctness, si arrampica sugli specchi della dolcezza del proprio sguardo inebetito.

Ecco a voi la Sardegna dei salotti, la Sardegna dei parvenants senza problemi… In fondo convertire i selvaggi è una missione che da sempre i padroni hanno nobilmente elargito ai sottoposti facendoli sembrare “quasi” simili a loro.

Il pezzo trasuda un paternalismo ed una superficialità insostenibili. Ma esprime bene il dramma di una generazione di ‘aspettanti’ individualisti, precari e perfetti per il “sistema stato-azienda”, per un mondo che investe più in apparenza che in storicità, più in feticcio che in sostanza, più in marketing che in ricerca, più in aspettative che in desideri, più in brame individuali che in utopie collettive.
Giusto la questione che sto cercando di affrontare di questi tempi e che anticipo qui molto superficialmente.

I miei ventiquattro lettori direbbero: “Eh, in cue ti nde kerìas falare! Nondum acerba est… dici così perché non ti cita…”. A costoro io risponderei: “Ha ragione di non inserirmi in quell’Empireo: io faccio poesia, e la poesia non è compresa nelle statistiche o nei fatturati… è come quando, dando i risultati elettorali si elencano i partiti che contano i voti e poi, in fondo, si indica genericamente “altri: 0,3 %”. E, ottimisticamente (sebbene non economicamente) potrei dire che: mi è andata bene. Sarebbe stato imbarazzante per la mia coscienza.

Cara Michela, a te chiedo piccolo favore: ti ho vista altre volte abbattere con colpi ben assestati simili giornalisti. A questo punto usa le tue arti per ottenere un’intervista e fai giustizia di questa penna immeritatamente affidatale. Fallo per me: se me ne fosse data l’occasione lo farei io per te.

Una nota finale: sono queste menti sfolgoranti che mi convincono sempre di più che noi con loro non abbiamo niente da spartire, e mi rafforzano nella mia sempre meno vacillante volontà indipendentista. Sempre che i sardi non scelgano altrimenti affascinati dal brillìo di quegli specchietti che ancora, mi risulta, restano in mano dei padroni.
Ed oggi è questo il nostro vero lavoro intellettuale.

E se qualche scettico non credesse alle mie parole, LEGGA L’ARTICOLO e si sforzi di cominciare a decolonizzarsi, ad emanciparsi dai racconti che questi padroni fanno di noi.

dignità, poffarbacco, dignità…

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ricevo da Bonaventura Durruti e pubblico volentieri
I sardi non amano la loro terra

Prendo in prestito il titolo di questo post da una articolo del “Gruppo di intervento giuridico”, relativo ad uno scandaloso albergo a La Caletta di Carloforte, costruito a pochi metri dal mare e in attesa di ultimazione. La lezione che si può trarre è semplice:

Il “turismo made in Sardinia” è una filosofia che, nel mondo, pochi oserebbero invidiare: infatti, riesce ad eliminare lentamente la primaria fonte di attrazione turistica, coprendola di cemento, per ottenere vantaggi minimi per la popolazione locale. Insomma, noi sardi non siamo dei grandi economisti, con il massimo sforzo (ossia con la distruzione dei beni paesaggistici e culturali) riusciamo ad ottenere il minimo risultato (la Sardegna continua ad essere una delle regioni italiane con il più alto tasso di disoccupazione e le occupazioni legate al turismo sono, essenzialmente, stagionali). E, cosa veramente singolare, nonostante le pezze ai pantaloni, continuiamo a pensare che il “turismo made in Sardinia” devastatore di ambiente e dignità, sia un prodotto valido anche per il futuro. 

(Gruppo di Intervento Giuridico)

Cronaca di una speculazione edilizia annunciata, Malfatano e Tuerredda (approfondimenti sulla speculazione)

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Non è passata alla riunione con il presidente Cappellacci. Ma questa piattaforma di richieste non pare né assurda né irresponsabile. Anzi… se rimprovero qualcosa è la solo minima attenzione ‘ambientalista’ (che forse si dà per scontata), ma ho fiducia che cresca ineluttabilmente col tempo.

LA PIATTAFORMA MPS
Vertenza in 13 punti

1. De minimis. Quindicimila euro ad azienda, secondo quanto previsto dalla normativa europea e se questa strada dovesse essere impraticabile, prorogare la scadenza per ottenerli oltre il 31 dicembre. Oppure sostituirli con un intervento ad hoc per quest’anno e impegnare il resto della spesa nella Finanziaria 2011.
2. Eccedenze. Il ritiro del formaggio invenduto, 60 mila quintali, da solo è insufficiente a far aumentare il prezzo del latte (60-63 centesimi al litro, Iva compresa). È necessario ridurre anche la produzione del Pecorino Romano, per favorire quella di un nuovo formaggio a marchio regionale. Allo stesso tempo, 15 milioni di litri di latte dovranno essere conferiti a chi produce quello in polvere. Interventi da sostenere con l’integrazione del prezzo.
3. Ridurre i costi per l’irrigazione.
4. Progettare e realizzare cinque o sei centri regionali di stoccaggio.
5. Migliorare la formazione di esperti nella commercializzazione.
6. Immediata tracciabilità delle carni del settore ovino-caprino e suino.
7. Rimodulazione del Piano di sviluppo rurale 2007-2013, con investimenti a favore dell’agro-ambientale.
8. Inserire i comuni avvantaggiati nell’elenco di quelli svantaggiati.
9. Due anni di moratoria per i contributi previdenziali.
10. Costituzione di una società che favorisca la produzione di energie rinnovabili nelle aziende agricole.
11. Continuità territoriale a favore dell’esportazione di latte e formaggio.
12. Rinviare i debiti in scadenza con un’attenzione particolare per le aziende oggetto di aste giudiziarie.
13. Riorganizzazione degli enti regionali, con i tecnici impegnati finalmente sul campo. Non in ufficio.

————
http://www.movimentopastorisardi.org/
———— 
http://lanuovasardegna.gelocal.it/dettaglio/pastori-con-cappellacci-e-rottura-sui-de-minimis/2619246
————-

lettera ai PASTORI SARDI

Nulla di fatto. Scomparsi dalle cronache nazionali, non interessano più a nessuno? La sorte di 17.000 famiglie, che salgono a 25/30.000 comprendendo l’economia di quelle che vivono lì attorno, non è rilevante per i media? La cultura e la vita di un intero popolo non è importante?…

Non esagero se penso che si vogliano colpire i pastori come ultimo baluardo resistenziale rispetto alla tendenza che invece vuole ridurre la Sardegna ad una terra di resort. Una ciambella col buco in mezzo. Una lottizzazione di seconde case con il vuoto al centro.

E i Sardi? Umili e obbedienti giardinieri, camerieri e custodi, invisibili all’occorrenza, buoni selvaggi folklorizzati sempre pronti a danzare per divertire l’ospite che li disprezza, riserva di servitori fedeli addestrati a morire per la patria del padrone se occorre.

Non sembri retorico se qui ricordo cosa l’intero Mediterraneo deve ai pastori in termini di cultura ed economia, organizzazione giuridica e pensiero, poesia e narrazione, musica e canto, conoscenza… fin dai tempi di Omero, o del codice di Hammurabi e della Bibbia.

Questo è un vero scontro fra culture, anzi, fra cultura ed incultura… ed immagino quanto debba essere umiliante confrontarsi con l’ignoranza, l’incapacità e la supponenza del commercialista di Berlusconi, servitore dei potenti, fantoccio della Cricca, responsabile dei veleni della miniera di Furtei (a proposito: le inchieste vanno avanti?). Ha tutto il nostro disprezzo. Insieme a quelli che l’hanno votato, gli hanno consegnato la bandiera, l’hanno sostenuto senza vergogna.

Pastori: vi siamo grati della vostra resistenza. Non cedete. State difendendo l’ultima Sardegna possibile. Salvare la vostra economia significa salvare la cultura da cui io stesso provengo e che non rinnego. Avete la benedizione delle madri, quelle che ci hanno insegnato cos’è la dignità.

Alberto Masala

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