Caro Marco,

l’altra sera, alla presentazione dell’utilissimo libro “Compagno T.” di Cristiano Sabino, mi hai fatto una domanda diretta che mi ha colto di sorpresa. Eravamo alla fine di un interessante e prolungato dibattito (un’ora oltre il tempo previsto). I presenti, numerosi e ancora attenti, erano già stanchi. Io, lì solo per ascoltare, non mi aspettavo di essere coinvolto nella discussione.

La tua questione, per me molto importante, era: “Tu pensi che la lingua sarda debba essere unificata?”.

Avrei voluto rispondere argomentando le mie idee in proposito, ma tutti i pensieri che mi assalivano la mente sarebbero stati troppo complessi e difficili da condensare. Ho farfugliato disordinatamente alcune cose eliminandole rapidamente perché sapevo di non poterle spiegare in quel momento, ed ammucchiandole in una risposta che alla fine poteva essere condensata anche soltanto in un semplice: “Sì”.

Ebbene, la mia insoddisfazione successiva, quella che mi spinge a scriverti ora, deriva dal non aver potuto argomentare né distinguere gli elementi complessi che nel profondo compongono la mia risposta.

Dato che le parole hanno sempre un peso e non bisogna mai sprecarle, eccomi adesso a cercare di specificarle meglio.

Per non creare malintesi, dichiaro una volta per tutte che parlo dal mio punto di vista, cito me stesso, ma non mi sento né ‘speciale’‘migliore’. Ciò che dico non è singolare, sono alcune premesse, ovvietà ugualmente riferibili a chi è nato in Sardegna nei miei stessi anni.

  1. La lingua è il mio principale strumento di lavoro e del mio percorso di vita. E non solo del mio, essendo l’arnese che esprime spirito, pensiero, idea, socialità.

  2. Ambedue, come ben sai, veniamo da un popolo le cui lingue (tre principali, più le due minoritarie) sono state impedite, vietate, umiliate e soppresse dalla colonizzazione italiana e dalla conseguente auto-colonizzazione sarda.

  3. Una fortunata peculiarità familiare mi ha formato a tutte le lingue sarde del centro-nord: le due varianti del Logudorese, il Turritano di Sassari, il catalano. Ho poi acquisito dimestichezza col Campidanese grazie alle mie successive scelte di vita.

  4. Questa grande fortuna mi ha ‘allenato’ ad aprire le orecchie e la mente verso ogni pronuncia, ogni lingua, ogni suono, ogni ritmo del linguaggio, e mi ha slanciato verso un’attitudine, prima subliminale poi consapevole, orientata verso le differenze, le singolarità, le alterità. Una volta ho scritto: “Se avessi una patria, risiederebbe nella mia lingua. Ma non posso nemmeno pensare che, sebbene io possieda la variante più completa e letteraria di tutta la Sardegna, questa possa essere la lingua di tutti i Sardi. Amo le sfumature e le differenze, mi diverte ascoltare le complessità. Le lingue, le letterature, mi piacciono tutte. Penso che ogni poeta, ogni scrittore, porti in sé la propria lingua, ne scelga le forme, ne ricrei sempre l’uso che, a volte, risulta totalmente inedito”.

E qui vengo alla questione della Lingua Unificata. Certo, mi piacerebbe che ci fosse una comune e forte capacità comunicativa di un intero popolo. Per questo alla tua domanda ho risposto con un fragilissimo e tremante “Sì”. Ma sono anche consapevole che questo costituirebbe un arretramento dell’abilità espressiva dello stesso popolo.

Ogni “normalizzazione” è, per sua stessa definizione, violenta e impositiva proprio perché si basa su un concetto di normalità. La letteratura e la poesia non nascono mai da “lingue normalizzate”. Non ne conosco un solo esempio in tutto il mondo. Semmai avviene il contrario. E di questo sì, ogni letteratura ne è testimone.
Ciò che somiglia più alla normalità, alla stabilità della forma, è la sovrastruttura organizzativa che richiama il potere che la esprime. È come l’istinto al possesso, una sorta di “paresi dello spirito che ha come effetto l’immiserimento dello sguardo confinato in un vortice di opaca circolarità”. Una visione pietrificata e inerte.
In una lingua normalizzata vedo soprattutto questo pericolo: l’annichilimento delle sfumature e delle ricchezze espressive.

So che stiamo trattando contemporaneamente di due contesti diversi: in un caso c’è il disperato recupero di una ricchezza che negli ultimi cinquant’anni è stata passivamente dilapidata, nell’altro caso è invece una condizione in cui la padronanza del mezzo linguistico e delle sue sfumature permette l’agilità dell’immaginario.

Ebbene: il mio , così gracile e incerto, è riferito tutto al primo caso. Soffro quanto te a veder dispersa e calpestata una lingua, qualsiasi essa sia, figurati la mia tanto amata! Ma non sarei tranquillo se non ti esprimessi anche le perplessità. Innanzitutto tecniche. Ciò che finora “si è stabilito” sulla lingua non mi rappresenta abbastanza, non mi ci ritrovo. La sua artificiosità forzata conduce all’inespressività che vedo sempre più formulata in una forzosa traduzione delle forme italiane. E questo mi raggela. La mia ricchissima lingua è invece quella dei poeti pattadesi e ozieresi, del dizionario di Pedru Casu di Berchidda, degli appunti del dottor Amadu così amorevolmente integrati anche da mio padre.
Si stabiliscano pure quelle antipatiche forme, quell’uso dei verbi ausiliari sconnesso e indeciso, quell’abolizione forzosa delle doppie anche nei casi in cui l’orecchio (il vero unico proprietario dello strumento linguistico) mi dice il contrario. Una simile pronuncia delle parole mi risulta, come avrebbe detto mia nonna, istroppiàda, e, aggiungo io, sembra fatta da unu barrifaladu. E si usi l’italiano ch al posto dell’ispanico qui o que o del più internazionale k. Quelle stitiche regole daranno sicurezza alla burocrazia, ma la loro semplice esistenza non produrrà mai letteratura. Questa, come è ovvio, è da sempre affidata a chi scrive, canta, pensa, conosce i ritmi e ne inventa dei nuovi. Chi sa anche trasgredire le regole, insomma.
Ed io, che trasgredisco, ne ho fatto stile di vita, impegno etico. Sono un poeta incivile ed amorale. Sulla questione non faccio qui alcun discorso. In privato o in altra situazione mi piacerà riparlarne con te, che stimo e a cui voglio bene.

Chiudo citando alcuni passaggi da un mio libretto che tu conosci:

“Le isole non hanno deciso il mare in cui emergere né la qualità dei comportamenti dei propri abitanti. Possono soltanto suggerirli con la loro stessa conformazione. E testimoniare le tracce ereditate. Molte si perderanno o saranno sempre più sfumate e invisibili se non ci sarà chi vuole preservarle. Ecco: è come se ad ognuno nascendo venisse affidato in maniera casuale il compito di incarnare un’isola abbandonata in un luogo o nell’altro. La popoliamo più o meno densamente con pensieri, contatti, approcci, conoscenze, costruzioni… Domani tutto questo, noi compresi, sarà un pallido ricordo in chi verrà al nostro posto. Fino a scomparire. A meno che qualcuno non si prenda la briga di mantenere efficiente l’approdo e abitarne gli edifici che potrebbero resistere. Gli antichi costruivano con la pietra. Oggi si consuma in fretta e si costruisce male, con edifici fragili ed effimeri. In poco tempo non resta quasi niente. Ma si potrebbe edificare su chi ci ha preceduti riutilizzando gli stessi materiali. La memoria è spazio attivo che ogni volontà mantiene intorno a se stessa. Non ha a che fare col tempo, ma con i materiali con cui si edifica. Chi la conserva opera un restauro costante. E se da un lato qualcosa si sgretola, dall’altro nascono nuovi elementi”.

“La lingua è il mezzo espressivo che abbiamo in dotazione. Io la uso come strumento: cerco di farla incontrare col ritmo per riconoscere ogni volta dove il suono si perfeziona. Inoltre non mi sento vincolato a nessuna forma linguistica dal momento che la mia lingua materna, il sardo, mi è stata impedita”.

“Se scrivo in francese significa che ho pensato in francese. Così anche per le altre lingue. Il suono ed il ritmo devono già nascere nella lingua in cui scrivo. Anzi, a volte ho problemi a riprodurli nella successiva traduzione italiana. Scrivere in una lingua è come suonare uno strumento. Sono un polistrumentista… non vedo niente di eccezionale in questo e non sono l’unico”.

“… avere un atteggiamento consapevole e non retorico, essere interprete e voce della propria gente, impersonarne i linguaggi espressivi, rielaborarne i nuovi contenuti in nuovi contesti senza doversi rinnegare, ma saper avere una presenza altrettanto forte e riconoscibile nell’ambito dei linguaggi contemporanei. È l’intellettuale che io chiamo contemporaneo con radici”.

“Non sono un restauratore, ma so ancora vedere la differenza tra l’invenzione di un nuovo linguaggio e l’impoverimento lessicale, tra la creatività di un idioma e l’analfabetismo di ritorno. Perdere l’etimo significa perdere memoria dei percorsi umani. E anche perdere dignità, inchinarsi alle semplificazioni della lingua di un Impero che intanto ti disprezza come un parvenu”.

“In queste condizioni, unica forma di resistenza è la pratica quotidiana, personale e collettiva, della decolonizzazione, la riconquista dell’autonomia interiore a partire da noi stessi.

Spogliarsi dei modelli ideologici, inevitabilmente carichi di forme apparenti, per praticare modelli etici: l’arte è chiamata a questa funzione per potersi dimettere da una forzata condizione di funzionalità pedagogica, di rigenerazione dei Sistemi. Detto in parole semplici: l’arte non può parlare di libertà, ma deve invece parlare di liberazione”.

E la vita deve continuare a soffiare, non possiamo impedirla con la nostra rigidità. Noi siamo memoria in cammino che sta producendo nuova memoria. Il nostro compito è saper proteggere senza possedere… essere pronti a tutelare la piena soggettività di quello che normalmente chiamano oggetto dell’amore. In questo caso, sa Limba Sarda.

Ti saluto con un abbraccio e appuntiamoci già da ora delle future chiacchierate sulla dicotomia fra etica e morale, appartenenza e identità, sacro e divino, barbarie e civiltà

Alberto Masala

Mi sono deciso a prendere posizione dopo che da alcuni giorni in rete vedo circolare opinioni sulla Razza Bianca con le olive VERDI, quella che dalle mie parti è detta “alla bosana“. Ebbene, lasciamo pure che a Bosa continuino a coltivare la loro visione della Razza con le olive verdi. Niente di male, ne hanno il diritto. Ma non vorrei che questo diventasse il parametro comune sulla preparazione della Razza Bianca. Le olive VERDI infatti trasmettono una certa acidità che potrebbe essere anche non gradevole al palato. Io la considero soltanto una delle varianti della tradizione. Come un’altra variante – anch’essa da me sconsigliata – è quella con l’aggiunta di un trito di capperi (pur se a fine cottura perché non prendano l’amaro).

Per la precisione dunque, ecco qui la ricetta come si prepara a casa mia e, a quanto mi risulta, in tutta l’isola. Una ricetta tipicamente sarda che riporto qui sotto.

LA RAZZA BIANCA IN AGLIATA

Ingredienti per 4 persone.

– 1 kg di Razza Bianca
– 8 pomodori secchi (perché risultino più buoni io uso conservarli insieme a foglie d’alloro).
– prezzemolo
– un paio di spicchi d’aglio
– aceto (un bicchiere)
– olio extravergine (questo sì, possibilmente di olive bosane)
– sale

Preparazione

– Ripulire bene la Razza (spellando e sfilettando) per lasciare solo le parti accettabili. Questa è senz’altro la fase che richiede più “mano” per la sua difficoltà. Delle interiora si terrà solo il fegato (parte ottima).
– Infarinare e friggere il pesce fatto a pezzetti. Estratti i pezzi dall’olio, asciugarli e salarli molto leggermente.
– A parte preparare un po’ di pomodoro passato. Se si hanno a disposizione dei buoni pomodori dolci e maturi, sbollentarli un attimo, pelarli e passarli dopo aver eliminato l’interno e i semi, altrimenti utilizzare circa mezzo litro di passata in bottiglia.
– Preparare il soffritto col trito fine di aglio e prezzemolo. Unire il trito di pomodori secchi e i fegatini a pezzi (ben asciugati precedentemente). Cuocere per pochi minuti.
– Versare il pomodoro e cuocere ancora per almeno una decina di minuti.
– Aggiungere l’aceto (di vino, mi raccomando!) e far “stringere” la salsa.
– Quando sarà pronta, farla raffreddare e poi versarla sulla Razza Bianca fritta.
– Guarnire con altro prezzemolo tritato.

ATTENZIONE!

Perchè il piatto sviluppi tutto il suo gusto occorre farlo riposare per almeno 12 (meglio ancora 24) ore. Infatti la Razza Bianca va servita fredda accompagnata da un buon vino bianco fresco di bassa acidità. Escludere dunque tutti gli acidissimi vini padani e rivolgersi a vini sardi o meridionali, gli unici davvero perfetti nell’esaltare le caratteristiche della Razza Bianca. Vini, insomma, che abbiano preso tanto sole in una terra non fangosa e ben drenata, e le cui uve non siano cresciute su quei tristissimi vitigni a spalliera con le propaggini disperatamente protese alla ricerca di una pallida luce tra le mefitiche nebbie del nord.

 

COVER_STRANOS ELEMENTOSNonostante la mia tenera età, i cari fratellini rappers – #StranosElementos – continuano a chiamarmi nelle loro imprese. Il loro ultimo lavoro è fantastico. E con un bel po’ di contributi fortissimi che elenco più sotto. Il disco si può scaricare interamente gratis a questo link su YouTube. La tematica? Lo dice il titolo stesso: una denuncia della vera Sardegna di oggi, colonizzata, invasa dai militari, inquinata, espropriata. Una Nazione senza diritti… la terra dei tumori e delle bombe. Per saperne di più, un’intervista su NOOTEMPO a questo link.

Oro Incenso e Quirra

Ecco il mio pezzo con la traduzione per chi non capisse il sardo-logudorese. S’intitola “A unu sard’ arressu” ed ho fatto una scommessa con me stesso: calare nel rap metri classici attingendo (e adattando) forme sardo-ispaniche che probabilmente hanno almeno quattro secoli (la struttura è: undhighina cun serrada / sestina retrogada). Ma, in fondo, basta restare sempre nel 4/4…

i contributi al disco sono di:

✘ Acero Moretti
✘ Alberto Masala
✘ Arricardu Pitau
✘ Camicie di Forza
✘ Dj Dras alias Sandro Rocchigiani
✘ ERGOBEAT
✘ Feitz
✘ Futta
✘ Pietro Rigosi
✘ MALAM InTè
✘ Marco Colonna
✘ Micho P Maloscantores
✘ Quilo kg Sa Razza
✘ Peterson Junior
✘ Su Akru
✘ Tone Abstract
✘ Tony Covarrubias

Sardinia Post
una bella intervista di Francesca Mulas

Alberto Masala, outsider della poesia: “Soffro per la mia Isola senza dignità”

L’intervista di Luana Farina su Pesa Sardigna a cui si fa riferimento nell’ultima domanda.

Il caro Daniele Barbieri ha ripreso l’intervista sul suo blog così attivo e necessario. Grazie.

#ROSSELLA URRU LIBERA.

Felicità immensa. Solo un appunto: @La27ora del #corriere.it parla del “codice sardo”.

In buona fede, certo, ma a sproposito: ecco un’altra stronzata folclorica! Ed ogni volta mi sorprende l’incapacità degli italiani di leggere le altre culture. Anche, e soprattutto, quelle di casa propria.

Si confonde la riservatezza, l’attitudine culturale a non esibire i sentimenti con una questione di codice, con tutti i luoghi comuni su di noi che hanno infarcito le letterature: durezza, silenzio, vendetta, ostinazione, fedeltà… e via così con tutte le balle di cui i colonizzatori ci hanno riempito la testa. La cosa più grave è che noi le tolleriamo, le assumiamo come valore, e continuiamo a farci descrivere, a farci raccontare chi siamo da loro: quelli che non hanno mai saputo né leggerci né scriverci.

Il primo passaggio verso la decolonizzazione parte proprio da qui: dobbiamo avere la capacità di farli noi stessi i racconti su di noi. Altrimenti continueremo ad alimentare il loro paternalismo che affettuosamente alimenterà la nostra “barra”.

La cultura sarda dell’interno è una cultura montanara e pastorale. Questo non vuol dire che è più forte (la storia lo racconta bene). Vuol solo dire che i parametri dei comportamenti sociali sono “altri”, diversi da quelli della cultura contadina. Forse né migliori né peggiori, solo altri, differenti.

Nella visione dei comportamenti sociali della cultura pastorale la riservatezza si oppone al rumore, il forte senso del privato si oppone alla necessità dell’esibizione pubblica, il clamore è considerato sintomo di impotenza e di incapacità di affrontare le cose con razionalità, chi urla per strada è commiserato o considerato un folle. Questo si riproduce nell’educazione strutturalmente e costituzionalmente.

Un messaggio agli italiani, dunque: non si può leggere una civiltà pastorale con i parametri della civiltà contadina. Una civiltà a tradizione matrilineare con i parametri di una civiltà patriarcale.
Per parlare dei Sardi, per favore, si parta sempre da lì e ci si informi prima.

Allora sarà da considerare normale il comportamento discreto e non esibizionista della famiglia di Rossella. Tutti sapevano quanto profonda era la disperazione, il dolore, la paura, ancora più vera perché non esibita. Quanto, nell’intimo delle pareti familiari, al riparo dalla morbosità degli sguardi, tutto questo sia stato vissuto con smarrimento e speranza quotidiana. E il rispetto per questi comportamenti non li consegna al mito, ma li fa condividere con tutti quelli che sinceramente hanno sofferto e trepidato per la sorte di Rossella. Tutti avevamo certezza di quel dolore. Ed ognuno di noi ha, pateticamente forse, inadeguatamente, cercato di assumersene il carico anche con gesti pubblici. Il coraggio di Rossella ha matrici certe nella sua famiglia. Rispetto allora: chi è nato lì sa riconoscerle e loro non hanno bisogno di far ricorso a teatralizzazioni.

Il teatro non fa parte della cultura della Sardegna ed è stato introdotto artificialmente nel Novecento. Ma è culturale invece la celebrazione collettiva del dolore, misurata, a tempo e a luogo, senza esibizione. E si esprime soprattutto nella solidarietà emotiva e sociale.

Chiudo questo commento con un episodio che mi riguarda personalmente.
Mia madre, quando è morto mio padre, è stata tre giorni chiusa in una stanza a cui potevano accedere solo i suoi figli ed un paio di amiche fidate. Il dolore era tale e tanto profondo da non farla partecipare nemmeno al funerale: “Non voglio dar spettacolo” diceva… E nessuno ha mai pensato che non fosse sincera nella sua sofferenza. Anzi… abbiamo perfino avuto paura che ne morisse di quel dolore.

Non è una questione di codici, solo di dignità…

Sardi, conserviamoci così. Ma con consapevolezza e senza farcelo raccontare dagli altri.

ORA FACCIAMO FESTA TUTTI INSIEME

 

una nota successiva

Non mi va di dare addosso alla giornalista Elvira Serra. Non ho dubbi sulla sua professionalità, non lo merita di sicuro e non trovo “spaventoso” quello che dice. Anzi, forse, preso nel VERSO GIUSTO e in buona fede, potrebbe essere un incentivo a coltivare l’attitudine alla sobrietà. Cosa alla quale i media ci hanno disabituati interpretando alla perfezione l’avanzare di una tendenza che ha matrici lontane, dalla Milano da bere al Berlusconismo, e che ha pervaso orizzontalmente TUTTE le classi sociali e i livelli del pensiero, da destra a sinistra.
Benjamin e Debord, con anticipazioni preziose, ne avevano letto lucidamente il fenomeno narrando come i sistemi assegnino la delega storica alla cultura e ai media. Tutto succede quando nella vita reale irrompe la “rappresentazione della vita” che assume rutilanti modelli di successo e apparenza. Niente è più comodo al potere. Ma il discorso sarebbe lungo e andrebbe approfondito.
Il VERSO SBAGLIATO invece, quello che mi ha fatto reagire – più per prudenza e istinto alla vigilanza sull’uso simbolico delle parole, che per reali responsabilità della giornalista – è il modello che inserisce una devastante idea di “balentìa”, altrettanto comoda ai poteri. Questa lascia i valori in superficie amministrandoli solo nei comportamenti apparenti. Lo stesso è stato fatto con i tuareg e gli indiani d’America… non è un fenomeno solo “sardo”.
In questo processo l’elemento più affidabile è quello dell’auto-convincimento dei colonizzati: dell’auto-colonizzazione.
Ma c’è tempo per discutere e approfondire, anche, eventualmente, con la giornalista che considero incolpevole e in buona fede.

ORA PENSIAMO SOLO A FESTEGGIARE ROSSELLA.

i miei fratellini di scoglio… da tempo ci vogliamo bene… da tempo collaboriamo… da tempo sostengo che la loro arte è ciò di cui si ha bisogno. Oggi più che mai. Grazie a Zianu, grazie a tutti loro

StranosElementos   –   Az.Namusn.Art

NOI TENIAMO ANCORA!

SARDEGNA

sindrome Golfo-Balcani-Quirra

veleni di guerra, omicidi di Stato

Il RUOLO DELL’EUROPA

L’assenza di certezze scientifiche non deve servire da pretesto per ritardare l’adozione di misure” (ONU, protocollo di Rio 1992).

L’interesse nazionale cede di fronte al superiore interesse pubblico costituito dalla tutela della salute (…) che va protetta contro ogni iniziativa ostile da chiunque provenga e con la conseguenza che ha anche una valenza incondizionata. La tutela comprende le ipotesi in cui i rilievi scientifici non hanno raggiunto una chiara prova di nocività” (sentenza del TAR Sardegna di sospensiva all’installazione dei radar, 6/10/2011).

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art 32 Costituzione italiana).

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Cristiana Collu se ne va da Nuoro.

Un altro passo verso il precipizio.

È un’esagerazione? No… basterebbe l’elenco di tutto ciò che negli ultimi anni la Sardegna ha perso e sta continuando a perdere in termini di risorse umane e intellettuali.
Cristiana Collu se ne va. Ed anche se non ho approvato acriticamente ogni sua scelta, ma questo può rientrare solo in un fertile dibattito culturale (sempre auspicabile), dall’altro lato ne ho apprezzato il lavoro e l’intelligenza.

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Olbia è un vero laboratorio. Mi diranno che lo ripeto come un mantra, mi diranno che non si può parlare in maniera così indifferenziata di un intero territorio, mi diranno che ovunque esistono le sfumature e le gradazioni…

Rispondo che lo so. Ne sono pienamente consapevole. Ma so anche che il carattere generale di un territorio e dei comportamenti dei suoi abitanti si può e si deve estrarre in base a dati che vengono riconfermati (e a volte accresciuti) nel tempo. E che può essere dedotto analizzando la qualità dei suoi rappresentanti.

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07. febbraio 2011 · Commenti disabilitati su un colpo al cerchio ed un colpetto alla botte · Categorie:blog news, di Sardegna, nel sociale · Tag:, , , , , ,

La situazione è paradossale. Questi fogli locali, abbandonati alla loro sorte qualunque ne sia la proprietà, non cambiano nei decenni. Lì infatti intellettuali di spessore e buone firme del giornalismo, oneste e serie, possono agevolmente sedere nel box confinante a quello che contiene cialtroni incapaci o, peggio, in malafede… Tutti amorevolmente nella stessa testata. Ma è la storia dei fogli di provincia e non solo… bisogna rassegnarsi. Ma non per questo tacere.

Ho vissuto gli anni dell’Università a Sassari, questa oscura città di massoni e savoiardi, il luogo di Segni, Cossiga, Parisi e Berlinguer… ma non sono mai riuscito ad abituarmi alla sua condizione di totale e incontrollabile schizofrenia, e, in esemplare e coerente riflesso, anche del suo giornale storico: la Nuova Sardegna.

Oggi infatti ho letto un titolo commovente nella sua becera immobilità: da cinquant’anni la Nuova li ripropone fedelmente come solo i cari vecchi giornaletti di casa sanno fare.
Evidente come l’ottusa Musa ispiratrice sieda nella Questura. L’unico luogo dove il cronista pesca i suoi pezzi e ne sposa acriticamente le versioni. Mi chiedo se a questi poliziotti giornalisti vengano anche correttamente versati i contributi di categoria o se a quei giornalisti poliziotti spettino le gratificazioni dovute dal Ministero dell’Interno ai suoi fedeli dipendenti.

Sassari è una città triste. Lo pensavo quando ne frequentavo l’Università, e continuo a pensarlo ora. Infatti, se non fosse così, non si sarebbe mai potuto vedere un titolo tanto contraddittorio e servile come quello che oggi incornicia l’articolo che qui linko:

Di che si tratta? Quale bene comune è stato offeso? Quale proprietà civica è stata violata? Semplice: un prezioso cartello indicatore della E.On è stato coperto di catrame presumibilmente col lancio di un barattolo. Un orribile delitto, una violazione imperdonabile certamente commessa da uno o più delinquenti da cercare fra quei cittadini che forse si sono sentiti violentati dalla marea nera di tonnellate di catrame che la E.On ha legittimamente riversato su 180 Km. di costa. Dal Parco naturale dell’Asinara alla Pelosa di Stintino, dalle spiagge di Platamona e Marritza alle rocce di Capo Testa, passando per quella regione intorno a Porto Torres la cui popolazione, fra disastri ambientali e disoccupazione, ormai si consuma nella rabbia, rassegnazione ed attesa senza speranze.

Insomma: Vandali contro E.On è un titolo! Il titolo di un articolo su un giornale quotidiano! Una banda criminale ha lanciato un barattolo di catrame sopra un cartello privato! (Attenzione: non ho mai visto titoli simili sull’intera cartellonistica pubblica di tutto il centro Sardegna che, storicamente, è crivellata di colpi d’arma da fuoco).
Anzi, è la vile metà di un titolo la cui altra parte è un colpo alla botte buonista che purtroppo, collocata lì, risuona di tragico vuoto: l’eco-appello di Michela Murgia.

Sono uno che rispetta la legge e chiede che venga rispettata da tutti. Chiedo giustizia uguale per tutti. Pretendo che, quando questi vandali verranno catturati, la pena sia commisurata al delitto. Propongo che si proceda pesando letteralmente ed equamente l’oggetto del reato. E che ogni Euro di pena o ogni giorno di condanna inflitto a questi criminali che hanno sporcato l’insegna venga altresì inflitto, MISURANDOLO A PESO, ai responsabili della E.On.

Il conto è presto fatto: hanno lanciato un chilo di catrame? Un giorno di carcere e 1000 euro di multa. La E.On ha sparso una tonnellata? 1000 giorni di carcere e 1.000.000 di Euro di multa.

Cara Nuova Sardegna, questa sarebbe giustizia… intanto tu continui a coprirti di tonnellate di merda per la viltà che da sempre esprimi… e riesci perfino a lanciartela addosso senza che nessuno te lo imponga…

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