Un bel riconoscimento alla mia artista del cuore: Fabiola Ledda

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Sabato alle 19, nella torre di San Giovanni ad Alghero, inaugura VERMISST, installazione video di FABIOLA LEDDA sul tema della solitudine, per la rassegna Ben Venga Maggio a cura di Sonia Borsato.

l’installazione è visibile da sabato 19 maggio – alle ore 19 – e resterà aperta  fino a mercoledì 30 maggio.

 

Ecco alcune considerazioni sull’opera estratte dagli appunti di FABIOLA LEDDA:

«Il cuore di VERMISST è la mia riflessione sulla solitudine, male che ti culla e ti uccide nell’indifferenza del mondo che scorre. La solitudine degli emigranti ma anche di ciascuno di noi, di chi continua a girare su se stesso mentre il mondo cambia e si trasforma. Partendo dall’idea dell’immigrazione il lavoro si apre ad abbracciare il mondo: un anziano che muore solo in un appartamento vuoto; una donna che subisce violenza nell’indifferenza di tutti; un senzatetto che giace fra i suoi cartoni; un cane che muore di fame. Un lavoro che vuole concedere misericordia a tutti i “dispersi della società”. Per questo trovo calzante la collocazione nella torre intesa come luogo di isolamento ma anche di torre-faro dove poter approdare quando ci si perde.»

Qui il testo con cui SONIA BORSATO presenta l’evento:

Il mestiere di sopravvivere

«Comincia la poesia quando uno sciocco dice del mare “sembra olio”».
La poesia nasce, forse, dalla semplicità, dalla noncuranza di se, dall’ingenuo associare elementi distanti tra loro, inavvicinabili… come l’acqua e l’olio, appunto. Ma la poesia indietreggia indignata se scorge forzatura, se quell’olio che Pavese assume ad esempio viene solcato per dramma e disperazione, per attesa, fuga e paura. Se il mare segna il confine dei miei dolori e solo oltre l’orizzonte intravedo speranza.
Quale poesia è possibile trovare nell’abbandono di una vita, nello sradicamento di radici ed esistenza per tentare una completa ricostruzione del sé in un luogo in cui non siamo attesi né ben accetti? Un luogo in cui entriamo clandestini, striscianti e vili, senza alcun bagaglio che non sia il peso dei ricordi e dei rimpianti, la consapevolezza di un non ritorno, la memoria di un paese in cui abbiamo lasciato non solo occhi e braccia amati ma anche titoli, lauree, studi, strumenti, andando ad abitare quella zona grigia che non appartiene a nessuno se non alla burocrazia, ad una legge che applica rigore. Cosa resta di quel me che faticosamente ho costruito se le nuove possibilità hanno il sapore del rimpianto?
Sempre Pavese «Quale il mio paese, tale io».  Ma quale paese abito, e dunque sono, nella prova di queste periferie perse che sono le fughe e gli approdi dei sans papier – senza documenti, senza identità, senza dignità? Un parallelo insoddisfatto, quello tra la terra e i reietti.
E costruiremo il futuro sul dolore e sul silenzio, praticando lo smarrimento come ipotesi esistenziale e provando tutta la vergogna possibile.
Vergogna per un passato di cui troppo ci pesa il ricordo e il confronto.
Vergogna per le persone a cui siamo sopravvissuti durante il viaggio, per chi sulle scialuppe affollate è morto di sete e sogni solo sfiorati.
Vergogna per quei figli che partorirò in terrà straniera, terra alla quale sempre dovrò qualcosa e con la quale non salderò mai i conti; figli che rinnegheranno le origini e si vergogneranno del mio accento, dei miei modi, e dei vestiti che mi identificano come straniero.
Su questa vergogna e su questo pudore che ha l’odore stagnante di abiti umidi si costruisce l’installazione di Fabiola Ledda, un lavoro che si struttura come un sibilo, solo in apparenza dolce ma in realtà avviluppante come spire soffocanti.
Vermisst, la parola tedesca che indica il disperso, ha un suono morbido che contrasta col dolore del suo significato; finisce con sst: un suono lungo, come il rumore della risacca, del movimento delle onde che trasportano corpi su barche di fortuna. Sssscccchh come a chiedere silenzio oltre il clamore dei telegiornali e delle notizie parziali e unilaterali.
Come qualche raffinata collega – la turca Sukran Moral ad esempio – la Ledda, con  questa trilogia video girata nel territorio di Alghero, invoca attenzione per quegli uomini, donne, bambini che animati da varia disperazione si ammassano nelle carrette del mare conoscendo di se stessi la parte più misera. Il lavoro è dedicato a chi parte, a chi resta, ma soprattutto a chi non è mai arrivato, a chi si è perso durante il percorso o si è smarrito ancora prima di partire. È un omaggio alla speranza e alla memoria.
Se però la Moral in una certa misura esorcizza con il suo lavoro una dinamica di fuga dal paese natio sperimentata sulla propria pelle – un paese che la rifiuta fino alle minacce di morte ricevute un anno fa in seguito allo clamore suscitato da un suo spettacolo, Amemus, portato in scena nella Casa Dell’Arte di Istanbul – la riflessione di Fabiola si tinge di maggiore compassione; una pietas così anacronistica in un momento di umano terrore e disamore verso il prossimo da risultare scandalosa.
Solo armata di misericordia, interrogando il paradosso tragico della vita, la Ledda pone se stessa al centro dei tre video per raccontare tre dimensioni, tre perdite, che danno nuova forma al concetto di luogo, di spazio. Tre vagheggiamenti che definiscono con il loro oscillare un paesaggio disegnato dalla stratificazione di corpi dimenticati, corpi che non conosceranno sepoltura, corpi che non saranno reclamati da nessuno.
Così come la poesia, anche l’arte è una ferita sempre aperta, che indaga il sanguinare sociale, e nel solco tracciato dal passato costruisce un confronto con il mondo, ipotizza un futuro fatto di domande, di ammissioni, di confronti, rincorrendo una vita che non sia una bozza ma una compiuta esplicazione del sé.

Sonia Borsato

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Cristiana Collu se ne va da Nuoro.

Un altro passo verso il precipizio.

È un’esagerazione? No… basterebbe l’elenco di tutto ciò che negli ultimi anni la Sardegna ha perso e sta continuando a perdere in termini di risorse umane e intellettuali.
Cristiana Collu se ne va. Ed anche se non ho approvato acriticamente ogni sua scelta, ma questo può rientrare solo in un fertile dibattito culturale (sempre auspicabile), dall’altro lato ne ho apprezzato il lavoro e l’intelligenza.

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15 – 30 novembre 2011
Cappella Santa Maria dei Carcerati (Tremlett)
Palazzo Re Enzo
Piazza Nettuno
Bologna

 qui alcune immagini

Nel festival La violenza illustrata, la mostra itinerante Testimoni silenziose, dedicata alle vittime della violenza domestica, viene reinterpre­tata quest’anno da una installazione di Fabiola Ledda, che allestisce un sacrario intimo dedicato alle  donne uc­cise in Italia nel 2010 dalla violenza maschile (elenco tratto dal report sul femicidio curato da volontarie della Casa delle donne).

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Un’intervista che mi ha fatto Laura Fois su L’Universale.

La ringrazio.

In un’intervista via mail, il poeta spazia dall’arte alla situazione della cultura e della politica in Italia, mettendo due generazioni a confronto…

Se Serge Pey l’ha definito “uno fra i maggiori testimoni della poesia contemporanea”, per Jack Hirschman è “un poeta dell’esortazione, un anarchico con coscienza di livello culturalmente internazionale, ed una produzione di tale ispirazione e tanto catalisticamente avanti da essere progenitrice come lo sono stati Antonin Artaud in Francia e Julian Beck con il Living Theater negli U.S.A”. Alberto Masala non ha certo bisogno di presentazioni se non fosse tanto acclamato internazionalmente quanto sconosciuto in patria. Restio a pubblicare libri (anche se alla fine l’hanno convinto), testardo cultore e difensore della poesia orale in quanto sardo. “Non dimentico mai”, scrive nel suo blog, di provenire da una società che si è mantenuta attraverso la produzione orale”. Masala appartiene poi alla Beat Generation, perché la sua è anche poesia di rottura. Ha tradotto racconti inediti di Kerouac; di Hirschman e di Gregory Corso è un grande amico. Ad aprile di quest’anno, il suo capolavoro, “Alfabeto di strade (e altre vite)”, è stato mandato in ristampa a un anno dalla sua uscita. Negli Stati Uniti è andato a ruba. Alberto Masala è un poeta che vive di scrittura.
Di scrittura? La prima domanda mi è sorta spontanea, nella nostra lunga corrispondenza via mail. E anche se lui mi ha risposto dalla tastiera di un pc, a me è sembrato di non averle lette queste sue parole che seguono, ma di averle ascoltate. Perché ogni parola del poeta è voce, essenza che si propaga in chi non ha voce, e alfabeto di comunicazioni e significati che ti entrano in testa e restano, come la colonna sonora delle nostre vite.
Ancora »

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a quelli che pensano che tutto si possa comprare…
a quelli che invece resistono…
a quelli che parlano d’arte…
a quelli che dicono di fare arte…
a quelli che vanno a tutti i vernissages…
a quelli che guardando l’arte pensano “com’è rivoluzionaria”…
a quelli che “la creatività”…
a quelli che “io sono un artista”
o peggio “io sono un giovane artista”…
ai “curatori” che cercano di “curare” l’arte da tutto ciò che possa infastidire…
il mural di blu al Moca di Los Angeles

Da sempre medito, parlo e scrivo sulla funzione dell’arte nel contesto sociale contemporaneo. Senza tanti giri di parole, la sorte dell’opera di BLU a Los Angeles è esemplare per chiarire qual’è il rapporto fra la gestione di sistemi di controllo sociale e le voci “altre”.

Il sistema – che qui per comodità chiameremo MOCA, ovvero Museum of Contemporary Art di Los Angeles – vista la fama del nostro amico, gli commissiona un’opera senza considerare per cosa e perché lui è così famoso.

Pensando di poter comprare tutto, e con la lungimiranza di cui sono sicuramente dotati i curatori americani o di qualsiasi altro posto – tranne quasi tutti quelli italiani, universalmente noti per la loro vigliaccheria e la propensione all’arte che conviene, tranquillizzante e decorativa – ingaggiano chi oggi agisce in evidenza, chi mostra genialità, quelli che loro chiamano, con un termine orribile e carico di superficialità, i creativi.

Ma è un tentativo che spesso si ritorce contro la visione dell’arte di cui sono fautori. Un’arte pacificante che, appiattendo tutto, conforta una società repressiva che, per chiamarsi democratica, ha bisogno di affidare alla rappresentazione che ne fanno gli artisti in una specie di psicodramma collettivo il concetto fondante (e sempre fittizio) della loro democrazia: la libertà. Qui siamo liberi, vedete? Si può parlare di qualsiasi cosa… scordandosi di aggiungere un concetto funzionale: “purché gestibile”.
Con la maggior parte degli artisti gli va bene: loro tacciono, fingono, sono complici, lavorano insieme sulla produttività dello ‘scandalo’ e, nonostante Benjamin e Debord ne avessero già smascherato i meccanismi quaranta o cinquant’anni fa, ne gestiscono i ritorni economici e mediatici.
Loro ottengono di confortare il sistema con ‘circenses di qualità’ gli artisti guadagnano bene e, soprattutto, guadagna ancora meglio il loro EGO: li fanno entrare nel meccanismo della gloria e della fama…

Ma qualche volta gli va storta, specialmente se fanno il passo più lungo della gamba rivolgendosi a quelle ‘arti pericolose’ come la street art, che, per sua stessa definizione, non accetta di essere deportata in quei leccatissimi lager del pensiero artistico che oggi sono i musei, e né tantomeno di essere ridimensionata a pop art.

Ecco un bell’articolo con tanti links che racconta delle disavventure di Jeffrey Deitch, lo sprovveduto curatore del MOCA che, da ex mercante d’arte discutibilmente assurto a gestore di pensiero, credeva, come molti anche qui in Italia, che tutto ha un prezzo.

Finché poi ha incontrato BLU che l’ha fatto pentire…

Da qui gli mando un abbraccio riconoscente.
Grazie per tutti noi, Blu.
E RIPARLIAMO D’ARTE

4 gennaio: aggiornamento

Con un intervento di solidarietà degli street artists di Los Angeles, fra cui Joey Krebs, noto come The Phantom Street Artist, e dell’artista Chicano Leo Limon, veterano della guerra in Vietnam, il discorso iniziato da Blu va ancora avanti ottenendo così ulteriore visibilità e quindi ancora maggior effetto. Poveri censori: è la storia che si ripete rimettendoli spietatamente sempre davanti alla loro stessa stupidità.  Ecco qui l’articolo con le foto addirittura sul Los Angeles Times. Qui sotto il video.


Downtown LA BLU MOCA Whitewash Protest // 01.03.2011 from jesse trott on Vimeo.

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geniale!

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mi maschero da anarchico, ma in realtà, nel profondo, sono da sempre un vero marxista

un buon anno marxista a tutti

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ASUNI 2009
festa della letteratura e delle arti

evento – luogo di sperimentazione – laboratorio
quinto anno

16-17-18 ottobre

info e materiali: www.progettoasuni.com

le foto sono di Massimo Golfieri©

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