Gli piaceva essere chiamato Lorenzo. Era fiero e felice delle sue origini italiane.

Ora tanti ricordi…

Su tutti l’ultima visita in Italia.

Laura Zanetti mi aveva chiesto di tradurlo (Underwear) e accompagnarlo a Roma per affiancarlo nella lettura dei suoi testi in italiano. Lì ebbi una lezione di vita che non dimentico.
Con Laura eravamo nella hall del suo albergo al centro di Roma, poco prima di andare al Campidoglio dove gli avrebbero concesso la cittadinanza onoraria. Aspettavamo che venissero a prenderlo. Io stavo in un angolo col muso lungo e soprappensiero, preda dei miei problemi di coscienza. Avevano appena eletto Gianni Alemanno a sindaco di Roma, il quale ereditava dalla precedente amministrazione Veltroni le pratiche già in corso. Fra queste, appunto, la cittadinanza a Ferlinghetti.
“Io non vado da un sindaco fascista, non ci riesco” dissi a testa bassa senza avere il coraggio di guardarlo negli occhi. Ma non volevo essere un problema né un fastidio, né tantomeno mettere ombra sulla contentezza di Lawrence, che si vedeva italianizzato e riconosciuto da quella che considerava la sua vera patria d’origine. Per lui questo evento era una festa grande e molto importante. “Ti accompagno lì e ti aspetto fuori. Quando hai finito mi trovi sulla porta”.
Lui mi guardò fisso con i suoi occhi di cielo e, con la sua voce velata e tranquilla, mi disse: “Io non vado a parlare con un sindaco, vado ad incontrare i romani”. Ecco smontate le mie stupide rigidità dalla sua dolce sicurezza e determinazione. Non avevo parole.
Entrai nella sala riempita da un centinaio di giornalisti che, come da sempre vedevo fare con i Beats, erano alla ricerca della nota di colore o in attesa della stranezza. Ferlinghetti si comportò con la solita eleganza di gesti che lo distingueva. Dopo una patetica introduzione di Alemanno, che aveva acrobaticamente preso a pretesto la Beat generation per parlare di Pound e dei campi Hobbit che avevano formato la sua gioventù, ci fu il suo discorso che cominciava così:
“Da giovane ero anarchico, poi contro la guerra in Vietnam e col movimento del sessantotto, poi col Che Guevara, infine col comandante Marcos. Adesso sono Zapatista”.
A quell’affermazione dalla schiera dei cento giornalisti si levò limpida una voce che ne definiva inesorabilmente la caratura: “Nel senso di Zapatero?”. L’improvvido giornalista si era consegnato all’eternità insieme al suo degno sindaco. Era il compendio che mi ripagava di tutti i precedenti dubbi: era stato giusto essere lì e poter vedere fino in fondo.

Chiudo questo discorso ricordandone la generosità…

A Lawrence Ferlinghetti devo molta riconoscenza: mi ha sempre sostenuto in tanti modi con quella sua leggerezza che non chiedeva mai niente in cambio.
A San Francisco, grazie alle traduzioni e alla cura del caro Jack Hirschman, ho pubblicato tre libri. Appena uscivano, trovavano immeritatamente posto nella vetrina di City Lights insieme ai prestigiosi titoli italiani di Dante, Calvino e Pasolini, suoi amori mai assenti. Mi emozionano ancora le foto che mi spediva Jack… Così In the Executioner’s house, Alphabet of Streets, ma soprattutto Taliban (in due diverse edizioni)… che si esaurì in poco tempo. E da quella stessa libreria partirono gli assegni delle mie vendite a sostegno del RAWA, l’associazione delle donne afghane per cui l’avevo scritto….

A lui, oltre alla pubblicazione (tra gli altri) di Kerouac e Burroughs, il merito di aver combattuto e, dopo essere finito in prigione, aver vinto in tribunale per Howl, il grandissimo capolavoro di Allen Ginsberg, l’Urlo simbolo di un’intera generazione che è arrivato a noi grazie alla sua fermezza.
E come dimenticare che, quando Gregory (Corso) abitava a casa mia, era sempre lui il santo a cui si rivolgeva per ogni difficoltà? E che puntualmente lui rispondeva spedendogli soldi (insieme a qualche libro per me).

Grazie di tutto, Lorenzo… Grazie per sempre.

il Sole 24 Ore, letteratura

Prisca Agustoni, Raúl Zurita.
ZURITA. Quattro poemi. A cura di Lorenzo Mari.
Trad. Alberto Masala. Valigie Rosse, 2019.

Raúl Zurita, tra i massimi poeti ispanoamericani in attività, ha un percorso di scrittura intimamente legato alle sorti del Cile, dove è nato nel 1950 e dove è stato arrestato e torturato durante la dittatura di Pinochet (lo si ricorda anche qualche mese fa, durante la fase più accesa delle proteste, in strada con il popolo cileno). Come osserva puntualmente Lorenzo Mari nell’introduzione, Zurita predilige un approccio alla parola poetica in sintonia con uno dei grandi nomi della lirica del Novecento, Paul Celan, con il quale condivide la scarnificazione del verso, associata ad una potente capacità allegorica in grado di parlarci di una rifondazione del mondo attraverso il linguaggio. Come testimone dei tanti traumi imposti dalla dittatura cilena, la sua opera sembra attualizzare di continuo la domanda, avanzata da Adorno, sulla possibilità che ha la poesia di occuparsi ancora e nonostante tutto della vita dopo la catastrofe.

I numerosi premi a lui attribuiti attestano che proprio nel riconoscimento della parola poetica come veicolo di risignificazione del mondo consiste il suo grande contributo come scrittore e intellettuale. È quando si evince anche da quest’antologia, organizzata dallo stesso Zurita, con alcuni tra i suoi testi più rappresentativi della lunga discesa agli inferi che è stata la dittatura nel suo paese. Una discesa agli inferi che richiama volutamente echi danteschi, in riferimento alla centralità che Dante occupa nell’universo poetico di Zurita, del quale è anche traduttore. Va ricordato che Zurita è figlio di madre italiana, giovane emigrata in Cile, e che la scoperta della Divina Commedia fu per lui una vera epifania, un modo per continuare ad ascoltare la voce della nonna materna alla quale era molto legato, come ha avuto modo di dichiarare in diverse interviste.

Nell’antologia tradotta da Alberto Masala, ci sono testi che mostrano una spiccata narratività, altro tratto essenziale del suo lavoro sulla parola, e che risulta da una ricerca espressiva sorta dalla necessità di parlare di un vissuto politico che è al contempo individuale e collettivo. In questo senso, la poesia che allunga il passo e si avvicina alla narrativa permette la messa in atto di un interessante scenario polifonico dove si intercalano diverse voci narranti che incarnano personaggi diversi. Così, nella sezione Las cataratas del Pacífico, si descrive un Cile fantasmagorico, con chiari rimandi ai desparecidos: “mostrando migliaia di immagini del Cile frantumanto sotto le cateratte /con fotogrammi di convogli militari di spiagge affollate di gente /di prigionieri inabissati tra le onde”.

Nella sezione seguente, dal titolo emblematico I barcaioli della notte, è impossibile non pensare a Caronte e ai disperati nell’inferno dantesco. Si tratta di un lungo canto tragico che evoca la figura del barcaiolo che trasporta i condannati: “Sopra […] la sagoma del quarto barcaiolo aveva il colore del deserto. […] Quando ho aperto gli occhi la spinta feroce del suo remo che mi respingeva mi aveva spaccato il cuore”. Evidenti qui le ferite di ieri ancora aperte nel Cile di oggi, ma anche il tagliente grido di dolore che è diventato il Mediterraneo.

Perché la poesia, quando si mette in gioco fino in fondo, quando lo fa con un’aderenza etica all’umano con le sue ferite, riesce ancora a traghettare un senso, una domanda, quel qualcosa che ci accomuna nel linguaggio, nella riflessione e nel sentimento di appartenenza ad una comunità. È quanto succede quando si legge la poesia di questo grande poeta latinoamericano.

Prisca Agustoni, marzo 2020

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In uscita una nuova traduzione di cui vado molto fiero: quattro fondamentali poemi di Raúl Zurita, grande poeta cileno di rilevanza mondiale. Una testimonianza necessaria in questo momento storico.

L’antologia Zurita. Quattro poemi – pubblicata da Valigie Rosse nella collana “Caratteri” curata da Valerio Nardoni e Paolo Maccari – è una selezione operata dallo stesso autore, tradotta da me e curata dal prezioso e accurato lavoro di Lorenzo Mari che ne ha anche scritto la prefazione.

Il percorso parte dall’esperienza stessa della prigionia, nel primo mese della dittatura, per poi arrivare a cantare un amor desaparecido che riguarda tutto il continente sudamericano e, in generale, il nostro mondo.
LVB – Le cateratte del Pacifico – I barcaioli della notte – Canto al suo amore scomparso, sono quattro tappe di una discesa agli inferi che ricorda l’opera dantesca (della quale Zurita è traduttore in lingua spagnola), ma che si presenta, soprattutto, come un viaggio resistenziale verso la materia viva delle grandi questioni del presente: etica, resistenza e poesia come testimonianza universale.

Lo presentiamo per la prima volta giovedì 28 novembre, ore 19:00 – La confraternita dell’uva // Libreria – Cafè – Wine Bar – a Bologna, in via Cartoleria 20/b. Modera l’incontro Edoardo Balletta.
https://www.facebook.com/events/572864856821527/

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Il 15 marzo esce Clorofilla, con Leila Shirvani, Francesco Diodati, Sara Shirvani e Enrico Morello.
Va bene, bellissimo progetto, ma io che c’entro? Ho curato i testi scegliendoli e poi anche traducendoli in inglese.

Gli autori, oltre me, sono: Billy Ramsell, Savina Dolores Massa, Raúl Zurita.

Un ringraziamento speciale per il solito (e solido) supporto a Lorenzo Mari, che, oltre alla traduzione di Billy Ramsell, ha gentilmente sorvegliato le altre traduzioni fatte da me.

Qui la notizia sulla pagina Facebook di Tǔk Music, l’etichetta di Paolo Fresu, che ha ideato e prodotto il disco.

la copertina di Raku Inoue.

Con il sostegno di MiBAC e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”.

una piccola intervista apparsa qui: https://www.facebook.com/watch/?v=2108356725919690

Ho tradotto un nuovo fantastico libro!

Mentir aux étoiles di Alexandre Chardin, la mia nuova traduzione appena uscita per il Barbagianni Editore col titolo italiano Mentire alle stelle. Un bellissimo libro per ragazzi che entrano nella scuola media.

Paola Cadeddu mi ha fatto una bella intervista sulla poesia per la rivista Insula europea – grazie

Paola Cadeddu intervista Alberto Masala

In questi giorni terribili per la Palestina esce un mio nuovo libretto – a Gaza – edito da HEKET in una preziosa tiratura limitata.

Lo presento oggi, 15 aprile 2018, alle 20,30 insieme a Valerio Grutt e Matteo Totaro al Binario69 di Bologna.

Subito dopo, alle 21 circa, sarò in concerto nel duo con Marco Colonna, l’ispiratore del testo nel 2014 (che si può sentire a questo link).

Ecco l’evento con tutte le indicazioni:
https://www.facebook.com/events/231578720742167/

Caro Marco,

l’altra sera, alla presentazione dell’utilissimo libro “Compagno T.” di Cristiano Sabino, mi hai fatto una domanda diretta che mi ha colto di sorpresa. Eravamo alla fine di un interessante e prolungato dibattito (un’ora oltre il tempo previsto). I presenti, numerosi e ancora attenti, erano già stanchi. Io, lì solo per ascoltare, non mi aspettavo di essere coinvolto nella discussione.

La tua questione, per me molto importante, era: “Tu pensi che la lingua sarda debba essere unificata?”.

Avrei voluto rispondere argomentando le mie idee in proposito, ma tutti i pensieri che mi assalivano la mente sarebbero stati troppo complessi e difficili da condensare. Ho farfugliato disordinatamente alcune cose eliminandole rapidamente perché sapevo di non poterle spiegare in quel momento, ed ammucchiandole in una risposta che alla fine poteva essere condensata anche soltanto in un semplice: “Sì”.

Ebbene, la mia insoddisfazione successiva, quella che mi spinge a scriverti ora, deriva dal non aver potuto argomentare né distinguere gli elementi complessi che nel profondo compongono la mia risposta.

Dato che le parole hanno sempre un peso e non bisogna mai sprecarle, eccomi adesso a cercare di specificarle meglio.

Per non creare malintesi, dichiaro una volta per tutte che parlo dal mio punto di vista, cito me stesso, ma non mi sento né ‘speciale’‘migliore’. Ciò che dico non è singolare, sono alcune premesse, ovvietà ugualmente riferibili a chi è nato in Sardegna nei miei stessi anni.

  1. La lingua è il mio principale strumento di lavoro e del mio percorso di vita. E non solo del mio, essendo l’arnese che esprime spirito, pensiero, idea, socialità.

  2. Ambedue, come ben sai, veniamo da un popolo le cui lingue (tre principali, più le due minoritarie) sono state impedite, vietate, umiliate e soppresse dalla colonizzazione italiana e dalla conseguente auto-colonizzazione sarda.

  3. Una fortunata peculiarità familiare mi ha formato a tutte le lingue sarde del centro-nord: le due varianti del Logudorese, il Turritano di Sassari, il catalano. Ho poi acquisito dimestichezza col Campidanese grazie alle mie successive scelte di vita.

  4. Questa grande fortuna mi ha ‘allenato’ ad aprire le orecchie e la mente verso ogni pronuncia, ogni lingua, ogni suono, ogni ritmo del linguaggio, e mi ha slanciato verso un’attitudine, prima subliminale poi consapevole, orientata verso le differenze, le singolarità, le alterità. Una volta ho scritto: “Se avessi una patria, risiederebbe nella mia lingua. Ma non posso nemmeno pensare che, sebbene io possieda la variante più completa e letteraria di tutta la Sardegna, questa possa essere la lingua di tutti i Sardi. Amo le sfumature e le differenze, mi diverte ascoltare le complessità. Le lingue, le letterature, mi piacciono tutte. Penso che ogni poeta, ogni scrittore, porti in sé la propria lingua, ne scelga le forme, ne ricrei sempre l’uso che, a volte, risulta totalmente inedito”.

E qui vengo alla questione della Lingua Unificata. Certo, mi piacerebbe che ci fosse una comune e forte capacità comunicativa di un intero popolo. Per questo alla tua domanda ho risposto con un fragilissimo e tremante “Sì”. Ma sono anche consapevole che questo costituirebbe un arretramento dell’abilità espressiva dello stesso popolo.

Ogni “normalizzazione” è, per sua stessa definizione, violenta e impositiva proprio perché si basa su un concetto di normalità. La letteratura e la poesia non nascono mai da “lingue normalizzate”. Non ne conosco un solo esempio in tutto il mondo. Semmai avviene il contrario. E di questo sì, ogni letteratura ne è testimone.
Ciò che somiglia più alla normalità, alla stabilità della forma, è la sovrastruttura organizzativa che richiama il potere che la esprime. È come l’istinto al possesso, una sorta di “paresi dello spirito che ha come effetto l’immiserimento dello sguardo confinato in un vortice di opaca circolarità”. Una visione pietrificata e inerte.
In una lingua normalizzata vedo soprattutto questo pericolo: l’annichilimento delle sfumature e delle ricchezze espressive.

So che stiamo trattando contemporaneamente di due contesti diversi: in un caso c’è il disperato recupero di una ricchezza che negli ultimi cinquant’anni è stata passivamente dilapidata, nell’altro caso è invece una condizione in cui la padronanza del mezzo linguistico e delle sue sfumature permette l’agilità dell’immaginario.

Ebbene: il mio , così gracile e incerto, è riferito tutto al primo caso. Soffro quanto te a veder dispersa e calpestata una lingua, qualsiasi essa sia, figurati la mia tanto amata! Ma non sarei tranquillo se non ti esprimessi anche le perplessità. Innanzitutto tecniche. Ciò che finora “si è stabilito” sulla lingua non mi rappresenta abbastanza, non mi ci ritrovo. La sua artificiosità forzata conduce all’inespressività che vedo sempre più formulata in una forzosa traduzione delle forme italiane. E questo mi raggela. La mia ricchissima lingua è invece quella dei poeti pattadesi e ozieresi, del dizionario di Pedru Casu di Berchidda, degli appunti del dottor Amadu così amorevolmente integrati anche da mio padre.
Si stabiliscano pure quelle antipatiche forme, quell’uso dei verbi ausiliari sconnesso e indeciso, quell’abolizione forzosa delle doppie anche nei casi in cui l’orecchio (il vero unico proprietario dello strumento linguistico) mi dice il contrario. Una simile pronuncia delle parole mi risulta, come avrebbe detto mia nonna, istroppiàda, e, aggiungo io, sembra fatta da unu barrifaladu. E si usi l’italiano ch al posto dell’ispanico qui o que o del più internazionale k. Quelle stitiche regole daranno sicurezza alla burocrazia, ma la loro semplice esistenza non produrrà mai letteratura. Questa, come è ovvio, è da sempre affidata a chi scrive, canta, pensa, conosce i ritmi e ne inventa dei nuovi. Chi sa anche trasgredire le regole, insomma.
Ed io, che trasgredisco, ne ho fatto stile di vita, impegno etico. Sono un poeta incivile ed amorale. Sulla questione non faccio qui alcun discorso. In privato o in altra situazione mi piacerà riparlarne con te, che stimo e a cui voglio bene.

Chiudo citando alcuni passaggi da un mio libretto che tu conosci:

“Le isole non hanno deciso il mare in cui emergere né la qualità dei comportamenti dei propri abitanti. Possono soltanto suggerirli con la loro stessa conformazione. E testimoniare le tracce ereditate. Molte si perderanno o saranno sempre più sfumate e invisibili se non ci sarà chi vuole preservarle. Ecco: è come se ad ognuno nascendo venisse affidato in maniera casuale il compito di incarnare un’isola abbandonata in un luogo o nell’altro. La popoliamo più o meno densamente con pensieri, contatti, approcci, conoscenze, costruzioni… Domani tutto questo, noi compresi, sarà un pallido ricordo in chi verrà al nostro posto. Fino a scomparire. A meno che qualcuno non si prenda la briga di mantenere efficiente l’approdo e abitarne gli edifici che potrebbero resistere. Gli antichi costruivano con la pietra. Oggi si consuma in fretta e si costruisce male, con edifici fragili ed effimeri. In poco tempo non resta quasi niente. Ma si potrebbe edificare su chi ci ha preceduti riutilizzando gli stessi materiali. La memoria è spazio attivo che ogni volontà mantiene intorno a se stessa. Non ha a che fare col tempo, ma con i materiali con cui si edifica. Chi la conserva opera un restauro costante. E se da un lato qualcosa si sgretola, dall’altro nascono nuovi elementi”.

“La lingua è il mezzo espressivo che abbiamo in dotazione. Io la uso come strumento: cerco di farla incontrare col ritmo per riconoscere ogni volta dove il suono si perfeziona. Inoltre non mi sento vincolato a nessuna forma linguistica dal momento che la mia lingua materna, il sardo, mi è stata impedita”.

“Se scrivo in francese significa che ho pensato in francese. Così anche per le altre lingue. Il suono ed il ritmo devono già nascere nella lingua in cui scrivo. Anzi, a volte ho problemi a riprodurli nella successiva traduzione italiana. Scrivere in una lingua è come suonare uno strumento. Sono un polistrumentista… non vedo niente di eccezionale in questo e non sono l’unico”.

“… avere un atteggiamento consapevole e non retorico, essere interprete e voce della propria gente, impersonarne i linguaggi espressivi, rielaborarne i nuovi contenuti in nuovi contesti senza doversi rinnegare, ma saper avere una presenza altrettanto forte e riconoscibile nell’ambito dei linguaggi contemporanei. È l’intellettuale che io chiamo contemporaneo con radici”.

“Non sono un restauratore, ma so ancora vedere la differenza tra l’invenzione di un nuovo linguaggio e l’impoverimento lessicale, tra la creatività di un idioma e l’analfabetismo di ritorno. Perdere l’etimo significa perdere memoria dei percorsi umani. E anche perdere dignità, inchinarsi alle semplificazioni della lingua di un Impero che intanto ti disprezza come un parvenu”.

“In queste condizioni, unica forma di resistenza è la pratica quotidiana, personale e collettiva, della decolonizzazione, la riconquista dell’autonomia interiore a partire da noi stessi.

Spogliarsi dei modelli ideologici, inevitabilmente carichi di forme apparenti, per praticare modelli etici: l’arte è chiamata a questa funzione per potersi dimettere da una forzata condizione di funzionalità pedagogica, di rigenerazione dei Sistemi. Detto in parole semplici: l’arte non può parlare di libertà, ma deve invece parlare di liberazione”.

E la vita deve continuare a soffiare, non possiamo impedirla con la nostra rigidità. Noi siamo memoria in cammino che sta producendo nuova memoria. Il nostro compito è saper proteggere senza possedere… essere pronti a tutelare la piena soggettività di quello che normalmente chiamano oggetto dell’amore. In questo caso, sa Limba Sarda.

Ti saluto con un abbraccio e appuntiamoci già da ora delle future chiacchierate sulla dicotomia fra etica e morale, appartenenza e identità, sacro e divino, barbarie e civiltà

Alberto Masala

hawad

Ho tradotto (dal francese) il nuovo libro di Hawad, il grande poeta tuareg – mio amico e compagno di strada – per una piccola casa editrice friulana, Edizioni via Montereale, insieme a Vanni Beltrami che ha fatto la prima stesura. La cura del libro e la traduzione dal francese sono di Hélène Claudot-Hawad, eccellente studiosa della gente Tuareg. la postfazione di Ludovica Cantarutti.

Dentro la Nassa è un libro importante che denuncia lo sfruttamento dei territori tuareg da parte delle multinazionali che stanno estraendo dalle sabbie del Sahara metalli rari e preziosi. Un altro terribile genocidio sta avvenendo nel silenzio generale: gli Stati coinvolti tacciono, o falsificano l’informazione, ed appoggiano le compagnie estrattive. Intanto i Tuareg vengono impunemente sterminati.

La poesia di Hawad, ancora una volta grande testimone dei popoli del deserto, qui rappresenta il drammatico canto della loro resistenza.

hawad

stralci dall’introduzione di Hélène Claudot-Hawad

(…) Il testo, compiuto nel 2013, è stato scritto nella tensione della rivolta dell’Azawad, partita all’inizio del 2012 e continuata fino all’intervento militare francese nel gennaio 2013, che infine riesce a rimettere in piedi lo stato e l’armata del Mali in piena decadenza ed a reinstallarli in forza nel Sahara, confermando di voler “dimenticare” il popolo tuareg.

(…) Per Hawad, la creazione dell’Azawad ha sepolto l’essenza della lotta centenaria di un popolo che tenta di liberarsi dal giogo coloniale e neo-coloniale. Se si rivolge all’Azawad in questo testo è perché esso è parte di sé – cioè del Tuareg che lui è –, una parte che ha raggiunto un tale stato di sofferenza, miseria, oppressione, da farle accettare la cancellazione, dietro le etichette che le sono state imposte. Attraverso questo personaggio evanescente, sul bordo dell’abisso, privato della parola, di spazio, di diritto all’esistenza, Hawad tenta di tracciare una figura che, pur priva di gambe braccia e lingua, può rialzarsi proiettandosi altrove…

(…) Il cammino è lungo. Hawad si serve della poesia, «cartucce di vecchie parole, / mille e mille volte falsate, aggiustate, ricaricate», come strumento di resistenza. E nomina i gradi di decomposizione del corpo tuareg e gli interessi minerari internazionali che spingono verso la sua distruzione ed il suo smembramento…

(…) Egli scava le ferite della disfatta e le fa sanguinare per provocare di nuovo una reazione, per rianimare i corpi in preda al tetano, per riportare lo sguardo alla lucidità: «Ma quando si è carne / allo spiedo in un cerchio di fuoco / bisogna saper guardar fisso le le fiamme.
L’obiettivo è valutare chiaramente la situazione e adottare la posizione distanziata che conviene. «Disgustati, / Azawad, sputa dall’alto come un cammello / ma mira bene, sputa sull’occhio buono! // Un guerrigliero sa scegliere il bersaglio / e risparmiare i colpi!»
Tutto ciò che fa male è enunciato chiaramente, come la solitudine «Tu sei solo, Azawad, / senza munizioni né braccia / né compagni o alleati all’orizzonte»
o il diniego «Chi sono gli Autori dei manoscritti?/ Chi sono i fondatori dei muri di Timbuctu? / Non furono le tribù Imessoufa, Imaqesharen, Igdalen, / Illemtayenb e gli Igelad, / Tuareg che oggi / (….) sono bruciati»
o la distruzione «Volti specchi infranti, / ritratti di donne bambini vecchi, / terra e uomini gettati nell’incendio, / in ginocchio nella melma / del fuoco che brucia.»,
o la replica del disastro coloniale «privazione, penuria / peste liturgia d’agonie nel caos / epilessia tellurica fremito della terra / litanie e rosari d’espropriazioni / esclusioni stermini / scorrere di valanghe violenze / distruzioni e quel che segue / rimbalzi di frammenti di sé / che si schiantano / su altri fischi del nulla»
o le illusioni «Non pensare che sotto la ruota / del carro troverai il nido di una chioccia, / salvezza, oblio, dove celarti»
o i compromessi vani «Non mendicare il respiro / della tua esistenza, / stravolgi il destino. // Lo sterminatore della tua gente / non ha bisogno dei tuoi servizi…..»
o l’invasione tecnologica. «Oggi nei cieli del Sahara e del Sahel / non più corvi né avvoltoi, / ma droni e proiettili».

(…) Hawad installa i pilastri che servono a costruire il solo tetto che può ospitare stabilmente i Tuareg, cioè se stessi che si riconoscono in se stessi: «Oltre a te, non c’è un altro / Tuareg di riserva / dietro cui tu possa riposarti».

(…) Perché, come l’Autore ricorda instancabilmente in tutte le sue opere, «essere sconfitti è un’arte / che si pratica nella solitudine / della penombra.»

(…)

Hélène Claudot-Hawad, settembre 2013