nutria

Caro direttore Marco Damilano,

mi concedo il “caro” perché, da convinto fan dello Spiegone, per me lei è come uno di famiglia.

Dopo questa premessa, subito al punto: la spropositata intervista a Michela Murgia, ospitata da L’Espresso. Spropositata, oltre che culturalmente immeritata e filosoficamente immotivata, nei contenuti e nella rilevanza che si offre ad un pensiero sostenuto in maniera superficiale.

Il meccanismo è facile da individuare: lanciarne una sempre più grossa che scavalchi nelle dimensioni e nella portata quella precedente. Un congegno mediatico già ben descritto da Benjamin fin dal 1936 nel suo saggio L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, e poi da Guy Debord in La società dello spettacolo (1967). Niente di nuovo: sorprendere con azioni o affermazioni per passare poi, di shock in shock, attraverso un superamento progressivo che orienta sempre il livello dell’attenzione, mediatica e culturale, su sé stessi.

Questa è la tecnica in cui l’operosa Michela Murgia, nessuno glielo nega, è nota. Ottima interprete di ruoli, perfetta sollevatrice di polveri che poi ricoprirà con il polverone successivo. Sostanza? nessuna… solo apparenza, che necessita di un Narciso abnorme capace di spingere l’Ego senza limiti in tutte le in direzioni. Una Vanitas incontenibile che porta a rubacchiare, sgraffignare, grattare, carpire, arraffare… appropriarsi impunemente e spudoratamente di concetti e idee che non le appartengono in nessun modo. Fin qui niente di preoccupante: tutti noi abbiamo assunto idee da pensatori che ci hanno preceduto. Io per primo ho enormi debiti con numerose menti del passato, ma con almeno il buon gusto di non spacciarle per pensiero originato dalla “mia brillante intuizione” e, soprattutto, di approfondirle e non indossarle volta per volta a seconda della sbalordita audience.

E passi… avrei potuto anche tacere su questa ennesima appropriazione indebita di un materiale talmente effimero ed etereo come il pensiero da non poter essere in nessun modo difeso se non dal pensiero stesso. Compito arduo, dato che oggi la rapidità dei processi non si sofferma sull’intelligenza o sull’analisi, ma produce soltanto opinione in sintesi talmente ambigue da lasciar intravedere tutto e il suo stesso contrario. E la Murgia in questo è davvero maestra. Nel suo ormai noto stile bisogna riconoscere grandi doti da Sibilla.
Stringere i concetti in sentenze compresse e non argomentate è una tecnica dell’opinionista che poi, davanti ad eventuali opposizioni, spinge verso il battibecco, la battuta, il sarcasmo, la discussione anche fino alla rissa. Tecnica da Talk-show. Le sentenze possono restare nella superficialità più compatta e completa: Ibis, redibis non morieris in bello (andrai, ritornerai non morirai in guerra). Dove sarà la seconda virgola? Dopo ritornerai o dopo non? Basta non metterla e tutto si sistema. Questa l’antica tecnica dell’ambiguità e della superficialità contemporanea.

Chiarisco:

– Ora non sto parlando di antifascismo, una coperta talmente vasta sotto la quale chiunque può trovare accoglienza. È il mio ambito dagli anni ’60 del secolo scorso e i miei percorsi non l’hanno mai nemmeno minimamente smentito. E devo sforzarmi un bel po’ per restarci persino con la ex-collaboratrice di Adinolfi …  Benvenuta anche lei, che a spintoni occupa sempre il centro del letto. Io resto al margine della coperta (nonostante il suo tessuto appartenga storicamente molto più a me) e cerco di non farmi sfiorare.

– Non sto parlando di visibilità, condizione dove chi pensa secondo quei beceri paradigmi vorrà subito ricondurmi. Sto defilato. Non ho obiettivi né carriere oltre a quella interiore del percorso del mio pensiero e della scrittura che ne segue. Non vendo niente. Non devo “piazzarmi”. Sto altrove e ci sto bene. Chi mi conosce lo sa. E Michela Murgia mi conosce abbastanza per saperlo.

Dunque perché ora scrivo? Per difendere un concetto contenuto nell’intervista che mi tocca nel profondo, dato che mi riguarda personalmente: quello dell’appartenenza.

Nel 2012 è uscito un mio facile saggio intitolato Geometrie di libertà in cui, attraverso alcuni dialoghi avvenuti nell’arco di 20 anni con giovani intelligenti, analizziamo insieme il rapporto dell’arte e della cultura col sociale. Come agisce il sistema repressivo, quali strumenti utilizza per operare il controllo del pensiero, a cosa serve l’arte, e cose simili…

A questo libretto la Murgia (e non solo lei, ne ho le prove, ma qui non voglio aprire altri files) ha variamente e sfacciatamente attinto senza mai nemmeno citare la fonte.
La prima volta che capitò le dissi personalmente la mia amarezza, e lei, in un dialogo privato inumidito dalle sue lacrime, si scusò come infantilmente fa un bambino che ruba la marmellata. La riparazione apparente avvenne tramite una sua amica che, in un molto marginale convegno di paese, mi chiese di chiarire quei concetti. Lo feci rapidamente e, per non annoiare il pubblico, passai al vero tema dell’incontro. Si chiuse lì con una sua promessa di non ricascarci. Ho il cuore tenero e non sono capace di odio né rancore, però non dimentico mai.

Ora perché insisto? Potrei non rivendicarne la matrice. Continuerei a vivere nel mio felice silenzio, a non dover sopportare il fastidio di mostrarmi, a coltivare la mia difficile condizione quotidiana che riceve un appagamento soltanto dall’inutile dignità che la sostiene.

Perché intervengo pur sapendo che ogni polverone le fa gioco (purché se ne parli…) e continua ad alimentare e amplificare quella sua eccezionale capacità polemica?

Parlo perché vedo quelle mie idee abusate, alleggerite fino alla banalità, diminuite in una piatta mediocrità. Parlo perché le ho pensate e soffro a non difenderle. Parlo per non consentire mai più a nessuno di costruire la propria immagine millantando idee non proprie e riducendole all’inconsistenza. Parlo perché se non lo facessi, vorrebbe dire che quel sistema ha preso anche me.

È il disperato appello della sostanza, perdente nel mondo contemporaneo, perché schiacciata dall’apparenza. Il vero dramma non sta in chi appare e pronuncia, ma nello spazio e l’utenza concessi all’imbonitore senza che si attivi mai una coscienza critica sulle sue strombazzate affermazioni. Panta rei? Oh, no… Non è vero che tutto scorra impunemente, se scorrendo lascia graffi incurabili sulla pelle di altri.

Come si conduce l’operazione? si arraffano le idee di qualcuno non troppo visibile nel sistema mediatico e si confida nel fatto che non reagirà, o che, se lo farà, sarà talmente fragile nei riguardi del consenso da non avere alcuna possibilità di opporsi, di essere visto e creduto. E così si va avanti, con la faccia tosta e l’arroganza che sono parte fondamentale dell’armamentario dello scalatore.

Ora vengo alla fonte: è nell’introduzione – da pag. 13 a pag. 23 – al mio già citato libretto del 2012. Lì si tratta dell’appartenenza (guarda caso, proprio in chiave antifascista!) e più avanti nel libro si parla della patria, concetto che rifiuto nella sua rigidità e che poi risolvo affermando: “Se avessi una patria, questa sarebbe nella mia lingua”, e parlo di lingua madre. Idee che, in un rovesciamento artificioso e funzionale, la Murgia preda abilmente (lo riconosco) e riadatta maldestramente. Ma avesse almeno rispettato i concetti! Forse avrei taciuto.

A prova delle mie affermazioni, pubblico qui l’introduzione (non tutto il libro) e la metto a disposizione di chiunque voglia scaricarla. Se avrete voglia, leggetela, e, comunque, lasciatemi in pace. Non voglio sostituirmi a Michela nella vanitosa scalata all’apparenza. Lei però eviti ogni rumore nelle mie vicinanze, mi lasci pensare e scrivere in pace come ha fatto con me negli ultimi anni. Continui a stendere quel silenzio che nei miei confronti è l’unica arma che possiede. E, poiché si fa chiamare scrittrice, che intanto fornisca prova di esserlo, ma ricordando sempre che nessuno è autorizzato a fregiarsi di alcun titolo se non gli sarà conferito dall’ambito di appartenenza. E che dovrà continuamente meritarlo per non essere destituita dal carico di portarlo. Non venda idee come quel famoso bottegaio di libri che riuscì a costruire un enorme business senza averne mai letto uno. Questo signore era noto per scorrere rapidamente solo le quarte di copertina. Ma ne vendeva tanti e costruì un impero! Libri o prosciutti era lo stesso. Bastava non approfondire.

Suggerisco un’ultima boutade:

Michela propone il termine Matria in sostituzione di Patria. E lo fa senza alcun fondamento filologico o etimologico. Se si dovesse ragionare come lei, gli abitanti della provincia di Nuoro potrebbero cantare inni alla Nutria. Spero che il localismo non porti mai a questo.
Un consiglio: usi il termine Filtria. Indica meglio la nostra vera posizione su ogni terra, che è destinata ai nostri figli – filii – ed appartiene a loro prima che alle madri o ai padri.

Orsù, leviamo insieme inni alla Filtria, capace di estrarci dalle pastoie di una definizione morale ed aprirci a un sguardo etico sul mondo.

Aperto ad Atene il 22 aprile 2016, il City Plaza è stato trasformato da un hotel abbandonato da 8 anni in un progetto che fornisce una sistemazione, cibo, assistenza sanitaria e istruzione a oltre 1.500 rifugiati provenienti da paesi diversi, inclusi molti bambini, anziani, malati ed indifesi.

City Plaza è un’alternativa alle condizioni inumane dei campi profughi. Ospita i rifugiati nel cuore di Atene e offre una casa nella quale 400 sfollati possono vivere in sicurezza, con dignità e privacy, il genere di vita che non è possibile nei campi ufficiali e nei centri di detenzione.

Ma City Plaza non è solo un progetto di locazione. Si tratta di un progetto politico volto a dimostrare che è possibile gestire uno dei migliori spazi per alloggiamento in Grecia senza impiegati, finanziamenti istituzionali o esperti, attestando che sia una decisione consapevole il fatto che lo Stato non operi in tal modo. Questa decisione rafforza i confini e isola tanto fisicamente quanto socialmente i rifugiati, i quali vengono sistemati nei campi, nei centri di detenzione e nelle zone a rischio conflitto. City Plaza ha giocato un ruolo cruciale nel movimento di solidarietà per i profughi, guidando la campagna internazionale contro l’accordo tra UE e Turchia, lottando ed ottenendo i diritti dei rifugiati ad accedere all’istruzione e all’assistenza sanitaria.

City Plaza non riceve alcun finanziamento da governi o ONG. Viene interamente supportato dalla solidarietà della Grecia e del resto del mondo. Persone da tutto il globo arrivano al City Plaza per lavorare e vivere insieme ai residenti come espressione della loro solidarietà.

Il 7 giugno 2017, numerosi organi d’informazione hanno denunciato come City Plaza, così come Papouchadiko e Zoodochou Pigis 119, altre due strutture occupate, siano state minacciate di sfratto. Sfratto che significherebbe per gli oltre 400 residenti di City Plaza, inclusi più di 150 bambini, essere costretti a tornare nei campi profughi o a vivere per le strade di Atene. Non è solo la loro casa ad essere minacciata, ma altresì la loro sicurezza e il loro benessere.

Grazie alla tua solidarietà e al tuo supporto saremo in grado di mantenere aperto City Plaza. Per favore, firma e condividi questa petizione!

https://www.change.org/p/hands-off-city-plaza-and-all-squats

Milano 10 marzo

venerdì 10 marzo alle ore 21
a Milano
Villa Schleiber, via Felice Orsini, 21

villa Schleiber     villaScheibler

notizie e storia di questo libro sono qui

Omicidio Francesco Lorusso – Una storia di giustizia negata – di Franca Menneas – un libro necessario – a questo link l’introduzione

Lorusso_lapide-400x288

una-risata

Non, vous n’êtes pas Charlie.

 

La risata è la linea più breve tra due punti.
E ogni volta rischiara
i vostri immutabili valori.

Posso portarla spenta nel cervello
da qualche parte, in basso, verso il fondo,
avvolta in ragnatele polverose.

Ma, come l’acqua,
ritorna sempre dove ne ha memoria.

E poi come l’amore, malgrado non permesso,
non arretra, dilaga, e ancora di nascosto
senza riguardo ci riemerge al cuore.

La risata
è la distanza giusta fra la patria e il senso.

Voi sarete presenti?
Sapete bene ciò che è conveniente
cercando la salvezza più adatta alla stagione…

Non, vous n’êtes pas Charlie.
Vous n’avez jamais été Charlie.

Jan15-Parade

vik-3

Facciamo economia
(bilancio consuntivo di fine anno in ricordo di Vittorio Arrigoni)

 

Se oggi la pietà non costa molto
e un venditore è abile a rivenderla cara
ci si può ricavare un buon guadagno.
Anche la commozione rende bene
se acquistata a buon prezzo.

La nostalgia, al contrario,
si deve accumulare con lunghi investimenti
a pochi soldi, certo,
ma la resa è più bassa.

Il rendimento della carità
ha un ritorno immediato.
È confortante, alto,
ma dura poco e non si reinveste.
Di solito il cliente
in seguito ricorda ogni carezza
e si emoziona.
Non serve a nulla
ma è pur sempre un ricordo… una memoria…

La compassione, intesa nel suo senso più alto,
è un buon risparmio
è stabile, sicuro, e senza rischio.
Però non verrà niente
perché il cambio è fissato uno a uno.

La speranza non rende.
Anzi… si perde.
Non è un investimento.
Spesso è un titolo tossico, una truffa,
o, come la bontà, una lotteria.
Ma se il colpo funziona…

Pena, indulgenza e misericordia
richiedono assai liquidità:
lacrime, commozione… Ma daranno profitto?
L’investitore normalmente è attratto
dal premio successivo, da godere nei cieli
in rivalutazione… Ma
chi vende questi bond
non fornisce mai dati di ritorno.

La civiltà è un fallimento certo.
Ne abbiamo dei riscontri in tutti i tempi.

S’investe inizialmente con un fondo
morale o di cultura.
Poi parte una campagna capillare
con la pubblicità e offerte di sistemi
sicuri e confortanti.
Persuadono il cliente
ad investire in privilegiate
azioni di Ragione e Verità.
Per non rischiare, con armi e le minacce
si crea l’indotto e si produce il bene.
Però la concorrenza è molto forte.

Infine
resta l’umanità.
Non è quotata
e ha bisogno di nuovi investimenti.
Si raccatta per strada.
E non si vende.

Ma oggi è l’umanità che rende.

24 dicembre 2015

bilancio

C’è un post ricorrente, una poesia di Mario Benedetti tradotta da me, che ripubblico identica ogni volta che muore una canaglia. L’avevo già usata per Pinochet, Pio Laghi, Videla, Andreotti, Cossiga. Questa volta la ripropongo, senza altri commenti, per Licio Gelli, morto oggi a 96 anni. Tranquillamente. Nella sua villa. Protetto. Con tutti i segreti di stragi e colpi di stato. Penso che lo meriti più di chiunque altro.

Los canallas viven mucho, pero algún día se mueren
di Mario Benedetti

Obituario con hurras
Vamos a festejarlo
vengan todos
los inocentes
los damnificados
los que gritan de noche
los que sueñan de día
los que sufren el cuerpo
los que alojan fantasmas
los que pisan descalzos
los que blasfeman y arden
los pobres congelados
los que quieren a alguien
los que nunca se olvidan
vamos a festejarlo
vengan todos
el crápula se ha muerto
se acabó el alma negra
el ladrón
el cochino
se acabó para siempre
hurra
que vengan todos
vamos a festejarlo
a no decir
la muerte
siempre lo borra todo
todo lo purifica
cualquier día
la muerte
no borra nada
quedan
siempre las cicatrices
hurra
murió el cretino
vamos a festejarlo
a no llorar de vicio
que lloren sus iguales
y se traguen sus lágrimas
se acabó el monstruo prócer
se acabó para siempre
vamos a festejarlo
a no ponernos tibios
a no creer que éste
es un muerto cualquiera
vamos a festejarlo
a no volvernos flojos
a no olvidar que éste
es un muerto de mierda.

Le canaglie vivono molto, però un giorno o l’altro muoiono
Necrologio con gli hurrà / Andiamo a fargli festa / vengano tutti / gli innocenti / i danneggiati / quelli che urlano di notte / quelli che sognano di giorno / quelli che soffrono nel corpo / quelli che ospitano fantasmi / quelli che vanno scalzi / quelli che bestemmiano e ardono / i poveri congelati / quelli che amano qualcuno / quelli che mai si scordano / Andiamo a fargli festa / vengano tutti / il crapulone è morto / l’anima nera si è spenta / il ladro / il zozzone / si è spento per sempre / hurrà / vengano tutti / andiamo a fargli festa / a non dire / che la morte / cancella sempre tutto / purifica tutto / per un giorno / la morte / non cancella niente / restano / sempre le cicatrici / hurrà / è morto il coglione / andiamo a fargli festa / a non piangere di contentezza / che piangano quelli come lui / e si bevano le loro lacrime / si è spento il mostro eccellente / si è spento per sempre / andiamo a fargli festa / non restiamo tiepidi / non crediamo che questo / sia un morto qualsiasi / andiamo a fargli festa / non rimaniamo mosci / non scordiamoci che questo / è un morto di merda.

Pinochet pio laghi Cossiga andreotti

Pio-Laghi-Videla-Gualtieri videla

Sono stato invitato al III Aprile Libertario del C.S.O.A. Pangea di Porto Torres
il 18 sarò lì. Ecco il programma:

aprile libertario -PANGEA

APRILE LIBERTARIO III Edizione

VENERDI 3 APRILE

ore 17:30 – Presentazione Programma. Apertura mostra-mercato “Repertorio Immaginario” le marionette di ELDA BROCCARDO nel sogno di Pangea

ore 18:30 – Il “Teatro Tradicional de Marionetas TONI ZAFRA” di Barcellona presenta il “GRAN CIRCO DELLE MARIONETTE”

ore 21:00 – FREE DOOM JAZZ – RICCARDO PITTAU Tromba, SIMONE SASSU Tastiere, ALESSANDRO ZOLO Contrabbasso, + Guest

Giovedì 9 APRILE – ANTROPOLOGANDO – Suggestioni: Gli ospedali psichiatrici chiudono?

ore 18:00 – Incontro con: Gisella Trincas, Presidente Associazione Sarda per l’attuazione della Riforma Psichiatrica – Daniele Pulino, Sociologo Università di Sassari e Fondazione Basaglia – Roberto Loddo, Portavoce comitato sardo STOP OPG.

ore 20:00 – MASSIMILIANO LAROCCA canta: “Canti Orfici” di Dino Campana

Sabato 11 APRILE ore 23:00 – DALLA PARTE DEL TORTO IX

RAW (Cagliari Punk Hc) – K’e-K’e-M – Baglio – Behind The Mirror (Lugano hc) + Jungle Riot (Drum ‘n Bass Lugano)

SABATO 18 APRILE – ANTROPOLOGANDO

ore 18:00 – Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa presenta il libro: Elettroshock. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute. (Edizioni Sensibili alle foglie).

ore 20:00 – S’ABBA POETICAE – ALBERTO MASALA + Guest

24-25 APRILE – ore 17:00 LIBERAZIONE FEST: La resistenza continua. Maratona Musicale Antifascista

C.S.O.A. Pangea Porto Torres – via Falcone e Borsellino 7

info quiPangea

non aggiungo una sola parola: ha detto tutto lui, Norman Finkelstein

Ho tradotto un articolo di Brahim Senouci, blogger, giornalista e saggista algerino, per avere qui una voce “altra”, con parametri non dettati dall’Occidente. Mi pare davvero molto interessante e chiarificatore il parallelo con la nascita del colonialismo. Ringrazio l’autore. Buona lettura.
E, per chi volesse, qui l’articolo originale in francese.

Israele è il nuovo Cortés, incaricato far rispettare la legge dell’Occidente su questa terra ripulita della sua popolazione col massacro o l’addomesticamento. Essere solidali con la Palestina oggi, significa battersi contro questa prospettiva e sostenere una democrazia mondiale nella quale l’uguaglianza fra gli uomini, tutti gli uomini, divenga la regola…

Hernan_Fernando_Cortes

Nel 16mo secolo, la potenza spagnola è al suo apogeo. Le sue navi attraversano l’Atlantico, conquistano l’Eldorado americano, e fanno man bassa delle straordinarie ricchezze che contiene. Le popolazioni indigene facilitano il loro lavoro. Loro non conoscono le armi e, a dispetto del loro numero, finiscono per sottomettersi ad un piccolo distaccamento spagnolo condotto da Hernan Cortés.

Dei coloni s’installano in quelle regioni e accumulano fortune considerevoli ricavate dallo sfruttamento di terre immense e da una manodopera costituita da schiavi poco inclini a ribellarsi.

I nuovi padroni ne approfittano per infliggergli lavori estenuanti, esercitare su di loro sevizie sessuali e torture che possono arrivare fino all’uccisione.

Ci sono anche degli Spagnoli che si commuovono per la sorte di quei poveretti e che vanno a lamentarsi con la Chiesa. In propria difesa, i coloni sostengono che, a fronte dei loro costumi «barbari», quegli indigeni non meritano d’appartenere alla specie umana e che, per questo, è lecito trattarli come semplici animali. Sorge un dibattito che sfocia nella famosa controversia di Valladolid. Vengono sono interpellate numerose personalità, religiosi, filosofi. È così che nel 1550 ha luogo quello che la Storia riterrà come il primo dibattito sui diritti dell’uomo.

La questione posta è semplice: «Gli Indiani hanno un’anima?». Il confronto si cristallizza rapidamente tra padre Bartolomé de Las Casas e Ginés de Sepúlveda, amico di Hernan Cortés, canonico di Cordoba. La tesi di quest’ultimo è semplice: Dio ha dato alla Spagna dei regni inferiori su cui estendere il suo potere per la propria gloria. In questo contesto, gli Indiani sono «animali» nati per stare sotto il giogo degli Spagnoli. Dall’altro lato, padre Bartolomé de Las Casas, 27 anni, chiede rispetto per la loro dignità, arrivando fino a contrastare giuridicamente i conquistadores e imporre loro un territorio protetto, senza schiavi, senza violenza. E vince la scommessa! Il destino degli Indiani è così un pochino raddolcito. Tuttavia, devono convertirsi al cristianesimo con la forza.

L’epilogo della controversia è molto più scuro. I coloni, avendo perso la massa di operai docili e schiavi alla loro mercé di cui disponevano, si mettono alla ricerca di «carne fresca». L’Africa gliela fornisce. È così che nasce il sinistro commercio triangolare, tragedia dei Neri che ha arricchito trafficanti senza scrupoli, la cui fortuna è esposta negli splendide dimore di Nantes e Bordeaux, palazzi i cui frontoni sono adornati, ancora oggi, da una «testa di negro»…

conquistadores

È TANTO LONTANO IL 16mo SECOLO? LE COSE SONO MOLTO CAMBIATE DA ALLORA… DAVVERO?

Certo, la schiavitù e le conversioni forzate sono scomparse. Gli indigeni di ieri vivono in grande maggioranza in paesi liberi. Gli Occidentali infatti hanno finito per sottomettersi alla volontà d’indipendenza dei popoli che hanno per lungo tempo asservito. È chiaro, tuttavia, che questa nuova configurazione del mondo non ha portato al diffuso benessere economico, resta più o meno circoscritta alla sfera occidentale. Soprattutto, la liberazione dei popoli è rimasta in larga misura teorica. La maggior parte di loro sono ancora in un testa a testa impari con le ex potenze coloniali che continuano a dettare le loro linee politiche e persino influenzano la scelta dei loro leaders! L’esempio di Françafrique la dice lunga sulla artificialità dell’indipendenza di molti paesi africani e sul mantenimento della loro subordinazione nei confronti degli interessi degli ex dominatori. Se necessario, all’Occidente non ripugna ricorrere alla buona vecchia diplomazia delle cannoniere. Spesso si fa in nome di principi morali che ci spiega essere fondamento della sua politica. Si tratta, proclama, di cacciare dei dittatori e di offrire a dei popoli asserviti la prospettiva di un orizzonte di libertà e di democrazia. il risultato di questo interventismo è là, sotto i nostri occhi. L’Iraq e la Libia si liquefanno sotto lo sguardo indifferente dei loro «salvatori». L’effetto domino si propaga fino alla Siria, votata senza dubbio a trasformarsi in un conglomerato di sultanati regionali in incessante stato di guerra …

medioriente

Scartiamo l’ipotesi di un accecamento dell’Occidente che l’avrebbe condotto a disconoscere gli effetti dei propri interventi. Sarebbe come accreditargli una dose d’imbecillità senza nesso con la realtà. Scartiamo allo stesso modo la tesi di una buona azione che degenera in effetti perversi. Chi potrebbe immaginare che Blair e Bush, perdendo il sonno a causa della situazione del popolo iracheno gemente sotto lo stivale di Saddam, siano arrivati a mentire spudoratamente per poter volare in suo soccorso? Questa guerra condotta contro l’Iraq è una dimostrazione della realtà del paradigma occidentale, che subordina il futuro del mondo al suo esclusivo interesse. Poco importa che interi popoli siano coinvolti nella tempesta, poco importa che centinaia di migliaia di bambini muoiano per gli effetti del lungo embargo che ha preceduto l’invasione dell’Iraq, poco importa che il futuro stesso della Terra sia compromesso da un inquinamento disastroso generato da uno stile di vita follemente consumistico. La supremazia dell’Occidente deve essere mantenuta a qualunque prezzo. Non si accontenta di far cadere i proiettili. Riveste le proprie truppe di un discorso morale, democratico, di rispetto dei diritti umani. Vuole conservare non soltanto la sua superiorità militare ma anche il monopolio dell’universalismo. I valori che promuove, affrancandosene, sono valori universali. Non ce ne potrebbero essere altri. La «comunità internazionale», è lui. Il resto del mondo non è che un fornitore di materie prime, di manodopera a buon mercato, presidiato da governanti disponibili e attenti ai desideri di colui che gli assicura di mantenerli sul trono. Ecco dunque l’immensa zona grigia alla quale apparteniamo, nella quale coloro che presiedono ai nostri destini non rispondono al proprio popolo, ma a coloro ai quali devono la loro posizioni. Riguardo all’Occidente, c’è un «loro e noi». Loro, sono quelli la cui umanità è discutibile, o negata. Anche questa negazione fa parte della matrice occidentale. È grazie a ciò che li ha potuti massacrare su larga scala, e torturare, senza che la propria coscienza e l’inossidabile fede in se stesso ne siano significativamente alterate. Massu, il Massu della battaglia d’Algeri, spiegava che la tortura sarebbe stata possibile solo per il fatto che i soldati che la praticavano avevano fra le mani non degli esseri umani ma dei «bicots», dei «ratons», dei «bougnoules»[1]. Consideriamo che la Repubblica francese non ha avuto bisogno di modificare la sua costituzione per instaurare il codice nero in Africa o il codice nativo in Algeria. Le popolazioni che li subivano formavano il «corpo d’eccezione», composto da soggetti che non hanno vocazione ad essere dei cittadini. Questa attitudine non veniva da una minoranza razzista. Era condivisa dalla maggioranza degli artisti, intellettuali, personalità politiche dell’epoca. mai rivisitata, mai formalmente rimessa in causa, la matrice essenzialista continua ad essere la bussola dell’Occidente!
palestina-perdita-terraGaza ne fornisce oggi una nuova illustrazione. Tutto è stato detto sull’orrore che conosce questa piccola striscia di terra, sottomessa a un blocco inumano da 8 anni. Non c’è bisogno di aggiungere nulla, tranne qualcosa di essenziale. Tutto il mondo ha costatato il sostegno unanime dell’Occidente ad Israele, o piuttosto la reiterazione di questo sostegno che dura in realtà da quando Israele esiste. Tutto il mondo ha constatato la singolare mancanza di empatia dell’Occidente con le vittime palestinesi, le scarsa sensibilità davanti alle morti di bambini o di neonati. A volte scivola una parola di compassione, ma seguita immediatamente da un reportage fortemente empatico con la «sofferenza» degli Israeliani che non possono stare tranquillamente su una spiaggia, darsi al surf o alla degustazione di gelati. È la matrice essenzialista che parla. I Palestinesi non hanno ontologicamente gli stessi diritti dei loro carnefici. La loro morte è nell’ordine delle cose. Quella degli Israeliani al contrario fa scandalo. Le barriere politiche cessano d’essere rilevanti quando l’essenziale, cioè la preminenza del «Noi» sul «Loro», è in gioco. La sinistra di governo francese vola in soccorso dell’estrema destra israeliana. Obama, Merkel, Hollande, Cameron, e la quasi totalità di dirigenti occidentali, ad eccezione di alcuni paesi come la Svezia o la Norvegia, dimentichino le loro divergenze per comunicare nel loro amore per Israele. Dimenticano perfino di tentare di cambiare differenziando le loro infiammate dichiarazioni dalla solfa abituale sulla necessità di trovare un accordo. Hollande arriva anche ad accusare Hamas di far naufragare il processo di pace.. Nessuno ha avvertito che non esisteva più?

Obama e Netanyahu

Che l’Occidente getti alle ortiche il suo discorso morale abituale a vantaggio della difesa incondizionata di un dei suoi non sorprende. Lo farà sempre di più, man mano che la sua leadership fin qui incontestata farà delle crepe con l’arrivo di nuovi attori. Plus desolante, invece, è l’attitudine di alcuni nostri compatrioti (algerini) che adottano gli argomenti favoriti dei sionisti. E denunciano come l’antisemitismo sarebbe ciò che alimenta le manifestazioni contro il massacro di Gaza. Allo stesso modo, insorsero contro una sorta di solidarietà automatica con la Palestina che si esercitasse a scapito del sostegno per il popolo siriano, dell’aiuto ai berberi mozabiti di Ghardaïa e, più in generale, li distogliessero dalla lotta per instaurare la democrazia nel nostro paese. Cukierman e Prasquier, dirigenti del CRIF, non dicono altro. Loro sono in pieno servizio. I nostri, invece, malgrado la loro evidente buona fede, giocano contro il loro campo. È abbastanza strano, visto le immagini atroci di corpi smembrati di bambini, immaginare che non sia contro questi assassini che i manifestanti gridano la loro collera ma che lo facciano per un antisemitismo che sarebbe inscritto nei loro geni. Questo si chiama “processo alle intenzioni” particolarmente mal riuscito dal momento in cui popolazioni senza difesa sono sotto le bombe. Ci sono anche quelli che adottano come proprio la barzelletta di “scudi umani” di cui si servirebbe Hamas per proteggersi. È l’argomento favorito d’Israele… serve a giustificare i crimini che sta commettendo. Un’altra lamentela ricorrente: “Se gli Algerini sono solidali con i Palestinesi, è per un riflesso tribale arabo-islamico”. Perché dovremmo impedirci di solidarizzare con un popolo col quale abbiamo tante cose in comune? Perché dovremmo obbedire alle ingiunzioni di chi ci ordina di disfarci di questi «arcaismi» che ci portano verso coloro che ci somigliano, soprattutto se la giustizia è dalla loro parte? Gli autori di queste critiche hanno qualcosa da ridire sul fatto che 26 dei 27 paesi dell’Unione Europea hanno voluto includere la dimensione cristiana dell’Europa nel progetto di Costituzione? Trovano normale che la Turchia, sebbene laica, sia dichiarata non gradita nell’UE perché musulmana? Niente da dire sulla solidarietà fra paesi ortodossi o fra paesi cattolici? Ultima cosa per coloro che rimproverano ai manifestanti il loro tropismo palestinese: li invito a leggere l’opera di Alain Gresh «Da cosa viene il nome della Palestina?». Vi si ritrovano le ragioni della centralità della causa palestinese, che oltrepassa la semplice questione del condividere alcuni ettari di terreno, e che ha molto a che fare con la mappa del Medio Oriente che viene ridisegnato davanti ai nostri occhi nel sangue dei bambini in Siria.

espansione

I problemi sono generalmente gli stessi del 1550. Per l’Occidente si tratta di riaffermare la propria supremazia, in un momento in cui è contestata. La regione più sensibile è questo vicino Medio-Oriente dispensatore generoso di petrolio. È dunque là che il ferro viene riscaldato e che, a grandi colpi di forbice, si fanno sparire dei paesi vecchi come il mondo. Senza scrupoli. I milioni di vittime, dirette o indirette, sono arabi o simili, «bougnouls», una specie inferiore che non vale la pena di trattare coi guanti.

Israele, fin dalla sua nascita, si è definita come una «cittadella avanzata della civilizzazione». È il nuovo Cortés, incaricato di far regnare la legge dell’Occidente su questa terra che avrà in precedenza spogliato della sua popolazione col massacro o l’addomesticamento. Essere solidale con la Palestina oggi, significa battersi contro questa prospettiva e impegnarsi per una democrazia mondiale nella quale l’uguaglianza tra gli uomini, tutti gli uomini, diventerà la regola….

dal blog di Brahim Senouci (Le Quotidien d’Oran, 24 luglio 2014)

 

[1] “capretti”, “topolini”, “piccoli carbonai”. Tutti dispregiativi per indicare i nordafricani.