nutria

Caro direttore Marco Damilano,

mi concedo il “caro” perché, da convinto fan dello Spiegone, per me lei è come uno di famiglia.

Dopo questa premessa, subito al punto: la spropositata intervista a Michela Murgia, ospitata da L’Espresso. Spropositata, oltre che culturalmente immeritata e filosoficamente immotivata, nei contenuti e nella rilevanza che si offre ad un pensiero sostenuto in maniera superficiale.

Il meccanismo è facile da individuare: lanciarne una sempre più grossa che scavalchi nelle dimensioni e nella portata quella precedente. Un congegno mediatico già ben descritto da Benjamin fin dal 1936 nel suo saggio L’opera d’arte nell’era della sua riproducibilità tecnica, e poi da Guy Debord in La società dello spettacolo (1967). Niente di nuovo: sorprendere con azioni o affermazioni per passare poi, di shock in shock, attraverso un superamento progressivo che orienta sempre il livello dell’attenzione, mediatica e culturale, su sé stessi.

Questa è la tecnica in cui l’operosa Michela Murgia, nessuno glielo nega, è nota. Ottima interprete di ruoli, perfetta sollevatrice di polveri che poi ricoprirà con il polverone successivo. Sostanza? nessuna… solo apparenza, che necessita di un Narciso abnorme capace di spingere l’Ego senza limiti in tutte le in direzioni. Una Vanitas incontenibile che porta a rubacchiare, sgraffignare, grattare, carpire, arraffare… appropriarsi impunemente e spudoratamente di concetti e idee che non le appartengono in nessun modo. Fin qui niente di preoccupante: tutti noi abbiamo assunto idee da pensatori che ci hanno preceduto. Io per primo ho enormi debiti con numerose menti del passato, ma con almeno il buon gusto di non spacciarle per pensiero originato dalla “mia brillante intuizione” e, soprattutto, di approfondirle e non indossarle volta per volta a seconda della sbalordita audience.

E passi… avrei potuto anche tacere su questa ennesima appropriazione indebita di un materiale talmente effimero ed etereo come il pensiero da non poter essere in nessun modo difeso se non dal pensiero stesso. Compito arduo, dato che oggi la rapidità dei processi non si sofferma sull’intelligenza o sull’analisi, ma produce soltanto opinione in sintesi talmente ambigue da lasciar intravedere tutto e il suo stesso contrario. E la Murgia in questo è davvero maestra. Nel suo ormai noto stile bisogna riconoscere grandi doti da Sibilla.
Stringere i concetti in sentenze compresse e non argomentate è una tecnica dell’opinionista che poi, davanti ad eventuali opposizioni, spinge verso il battibecco, la battuta, il sarcasmo, la discussione anche fino alla rissa. Tecnica da Talk-show. Le sentenze possono restare nella superficialità più compatta e completa: Ibis, redibis non morieris in bello (andrai, ritornerai non morirai in guerra). Dove sarà la seconda virgola? Dopo ritornerai o dopo non? Basta non metterla e tutto si sistema. Questa l’antica tecnica dell’ambiguità e della superficialità contemporanea.

Chiarisco:

– Ora non sto parlando di antifascismo, una coperta talmente vasta sotto la quale chiunque può trovare accoglienza. È il mio ambito dagli anni ’60 del secolo scorso e i miei percorsi non l’hanno mai nemmeno minimamente smentito. E devo sforzarmi un bel po’ per restarci persino con la ex-collaboratrice di Adinolfi …  Benvenuta anche lei, che a spintoni occupa sempre il centro del letto. Io resto al margine della coperta (nonostante il suo tessuto appartenga storicamente molto più a me) e cerco di non farmi sfiorare.

– Non sto parlando di visibilità, condizione dove chi pensa secondo quei beceri paradigmi vorrà subito ricondurmi. Sto defilato. Non ho obiettivi né carriere oltre a quella interiore del percorso del mio pensiero e della scrittura che ne segue. Non vendo niente. Non devo “piazzarmi”. Sto altrove e ci sto bene. Chi mi conosce lo sa. E Michela Murgia mi conosce abbastanza per saperlo.

Dunque perché ora scrivo? Per difendere un concetto contenuto nell’intervista che mi tocca nel profondo, dato che mi riguarda personalmente: quello dell’appartenenza.

Nel 2012 è uscito un mio facile saggio intitolato Geometrie di libertà in cui, attraverso alcuni dialoghi avvenuti nell’arco di 20 anni con giovani intelligenti, analizziamo insieme il rapporto dell’arte e della cultura col sociale. Come agisce il sistema repressivo, quali strumenti utilizza per operare il controllo del pensiero, a cosa serve l’arte, e cose simili…

A questo libretto la Murgia (e non solo lei, ne ho le prove, ma qui non voglio aprire altri files) ha variamente e sfacciatamente attinto senza mai nemmeno citare la fonte.
La prima volta che capitò le dissi personalmente la mia amarezza, e lei, in un dialogo privato inumidito dalle sue lacrime, si scusò come infantilmente fa un bambino che ruba la marmellata. La riparazione apparente avvenne tramite una sua amica che, in un molto marginale convegno di paese, mi chiese di chiarire quei concetti. Lo feci rapidamente e, per non annoiare il pubblico, passai al vero tema dell’incontro. Si chiuse lì con una sua promessa di non ricascarci. Ho il cuore tenero e non sono capace di odio né rancore, però non dimentico mai.

Ora perché insisto? Potrei non rivendicarne la matrice. Continuerei a vivere nel mio felice silenzio, a non dover sopportare il fastidio di mostrarmi, a coltivare la mia difficile condizione quotidiana che riceve un appagamento soltanto dall’inutile dignità che la sostiene.

Perché intervengo pur sapendo che ogni polverone le fa gioco (purché se ne parli…) e continua ad alimentare e amplificare quella sua eccezionale capacità polemica?

Parlo perché vedo quelle mie idee abusate, alleggerite fino alla banalità, diminuite in una piatta mediocrità. Parlo perché le ho pensate e soffro a non difenderle. Parlo per non consentire mai più a nessuno di costruire la propria immagine millantando idee non proprie e riducendole all’inconsistenza. Parlo perché se non lo facessi, vorrebbe dire che quel sistema ha preso anche me.

È il disperato appello della sostanza, perdente nel mondo contemporaneo, perché schiacciata dall’apparenza. Il vero dramma non sta in chi appare e pronuncia, ma nello spazio e l’utenza concessi all’imbonitore senza che si attivi mai una coscienza critica sulle sue strombazzate affermazioni. Panta rei? Oh, no… Non è vero che tutto scorra impunemente, se scorrendo lascia graffi incurabili sulla pelle di altri.

Come si conduce l’operazione? si arraffano le idee di qualcuno non troppo visibile nel sistema mediatico e si confida nel fatto che non reagirà, o che, se lo farà, sarà talmente fragile nei riguardi del consenso da non avere alcuna possibilità di opporsi, di essere visto e creduto. E così si va avanti, con la faccia tosta e l’arroganza che sono parte fondamentale dell’armamentario dello scalatore.

Ora vengo alla fonte: è nell’introduzione – da pag. 13 a pag. 23 – al mio già citato libretto del 2012. Lì si tratta dell’appartenenza (guarda caso, proprio in chiave antifascista!) e più avanti nel libro si parla della patria, concetto che rifiuto nella sua rigidità e che poi risolvo affermando: “Se avessi una patria, questa sarebbe nella mia lingua”, e parlo di lingua madre. Idee che, in un rovesciamento artificioso e funzionale, la Murgia preda abilmente (lo riconosco) e riadatta maldestramente. Ma avesse almeno rispettato i concetti! Forse avrei taciuto.

A prova delle mie affermazioni, pubblico qui l’introduzione (non tutto il libro) e la metto a disposizione di chiunque voglia scaricarla. Se avrete voglia, leggetela, e, comunque, lasciatemi in pace. Non voglio sostituirmi a Michela nella vanitosa scalata all’apparenza. Lei però eviti ogni rumore nelle mie vicinanze, mi lasci pensare e scrivere in pace come ha fatto con me negli ultimi anni. Continui a stendere quel silenzio che nei miei confronti è l’unica arma che possiede. E, poiché si fa chiamare scrittrice, che intanto fornisca prova di esserlo, ma ricordando sempre che nessuno è autorizzato a fregiarsi di alcun titolo se non gli sarà conferito dall’ambito di appartenenza. E che dovrà continuamente meritarlo per non essere destituita dal carico di portarlo. Non venda idee come quel famoso bottegaio di libri che riuscì a costruire un enorme business senza averne mai letto uno. Questo signore era noto per scorrere rapidamente solo le quarte di copertina. Ma ne vendeva tanti e costruì un impero! Libri o prosciutti era lo stesso. Bastava non approfondire.

Suggerisco un’ultima boutade:

Michela propone il termine Matria in sostituzione di Patria. E lo fa senza alcun fondamento filologico o etimologico. Se si dovesse ragionare come lei, gli abitanti della provincia di Nuoro potrebbero cantare inni alla Nutria. Spero che il localismo non porti mai a questo.
Un consiglio: usi il termine Filtria. Indica meglio la nostra vera posizione su ogni terra, che è destinata ai nostri figli – filii – ed appartiene a loro prima che alle madri o ai padri.

Orsù, leviamo insieme inni alla Filtria, capace di estrarci dalle pastoie di una definizione morale ed aprirci a un sguardo etico sul mondo.

Piangete, Bambini!

Che bella recensione!
Grazie per aver letto con tanta attenzione e intelligenza
Grazie davvero

#CarlaGhisalberti su #LetturaCandita

(…)  “Poesie così fan saltare dalla sedia. Ma è Masala, perché stupirsi? Più lo leggi più lo leggeresti, piano ma anche e soprattutto ad alta voce, per molteplici ragioni che vanno dalla bellezza in sé, alla musicalità data dal suono delle parole scelte, all’ironia che si intreccia con l’assurdo, alla ricercatezza e alla cura messa nel verso e finanche in ogni singola virgola, che segna la pausa del fiato.” …

“…E PIANGERE È IL NOSTRO LAVORO”

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Ho ricevuto un invito molto gradito: quello di essere presente ad un bel convegno che si svolgerà fra pochi giorni al Trinity College di Dublino, un’università prestigiosa e molto antica (fondata nel 1592, qui notizie).

Il lato drammatico della questione è che capiterò a Dublino proprio durante la festa di san Patrizio. E questo significa che mi sfonderò di birra. Secondo me gli organizzatori l’hanno fatto apposta per sopprimermi, pensando che se muoio a Dublino il convegno acquisterà molta più importanza. Ma non sanno quanto reggo bene. Vedremo chi la spunta…

Il tema del convegno è attraente e poi, alla fine del primo giorno, si parla anche di me… e la cara Marzia D’Amico verrà apposta da Oxford per farlo. Ma la prima cosa che ho pensato è : “Ma io non sono ancora morto!”. Sono stato già invitato in posti prestigiosi, hanno già parlato della mia scrittura in altre Università straniere, ma questa volta è diverso: mi sento come Harry Potter chiamato ad un’assemblea di maghi a Hogwarts. Mi metteranno la toga e il tocco? Vedrò i fantasmi di Joyce, Mallarmé, Villa, svolazzare sui tavoli della sala da pranzo? Questo mi onora tantissimo. Ecco il programma (in grassetto i due interventi che mi riguardano):

7ThY0vheTRINITY CENTRE FOR LITERARY TRANSLATION
TRINITY LONG ROOM HUB
SCHOOL OF LANGUAGES, LITERATURES, CULTURAL STUDIES
DEPARTMENT OF FRENCH, DEPARTMENT OF ITALIAN
SCHOOL OF ENGLISH
ITALIAN INSTITUTE OF CULTURE
ITALIAN EMBASSY

Untranslatability in Literature and Philosophy
20-21 March 2017

What can problems in translation, perhaps so extreme as to warrant the label untranslatable, tell us about literature and philosophy, and about the relationship between the two? This conference explores the concept of untranslatability from both the literary and the philosophical perspectives: it examines how translation functions in relation to modernist and postmodern experimental texts (Mallarmé, Joyce, Villa, Masala), and it looks at the theoretical questions that emerge from translating philosophy and critical theory (Derrida, Blanchot, Nancy, Lacoue-Labarthe).

SCHEDULE

SUNDAY MARCH 19
18:30 WELCOME DRINKS AND OPENING CONCERT
Venue: Dublin Unitarian Church, 112 St Stephen’s Green

Singer – Francesca Placanica – MotoContrario Ensemble: Saxophones – Emanuele Dalmaso; Viola – Andrea Mattevi; Piano – Cosimo Colazzo
With the participation of the poet Alberto Masala

MONDAY MARCH 20
UNTRANSLATABILITY AND LITERATURE

9:00-9:30 WELCOME: COFFEE & TEA
Venue: Trinity Centre for Literary Translation, 36 Fenian Street
9:30-30-11:00 PANEL 1
Alexandra Lukes (Trinity College Dublin): “Mallarmé Between Dictionary and Divination”
Dennis Duncan (University of Oxford): “Tracing the Protean Ptyx: From Nonsense to Non-Translation and Back Again in Mallarmé’s ‘Sonnet en -yx’”
11:00-11:30 COFFEE & TEA
11:30-13:00 PANEL 2
Sam Slote (Trinity College Dublin): “Derrida and the Phantom Yeses of Ulysse” Bianca Battilocchi (Trinity College Dublin): “Emilio Villa, poet and translator: the desperation of translation”
13:00-14:00 LUNCH
14:00-15:30 ROUNDTABLE
Robbert-Jan Henkes & Erik Bindervoet (Utrecht & Antwerp): “Finnegans Wake, the Ultimate Translatable Book”
15:30-16:00 COFFEE & TEA
16:00- 17:00 CONCLUSION
Marzia D’Amico (University of Oxford) on Alberto Masala (Bologna): “Where I end and you begin. The horizon of translation, the dimension of performance, the margins of the text”
18:15-19:45 KEYNOTE
Venue: Trinity Long Room Hub
Emily Apter (New York University): “Translational Materialism and the ‘Inorganics of Modernity’”
20:00 DINNER

TUESDAY MARCH 21
UNTRANSLATABILITY AND PHILOSOPHY

9:00-9:30 COFFEE & TEA
Venue: Trinity Centre for Literary Translation, 36 Fenian Street
9:30-11:00 PANEL 1
Hannes Opelz (Trinity College Dublin): “Mimesis Transferred: ‘D’une insuffisance de traduction’”
John McKeane (University of Warwick): “What is the Task of the Translator at the Closure of Philosophy?”
11:00-11:30 COFFEE & TEA
11:30-13:00 PANEL 2
Michael Holland (University of Oxford): “Translating ‘mouvement’, translating movement: the challenge of Blanchot’s writing”
Zakir Paul (University of Wisconsin): “Before the Verb: On Blanchot’s Use of *Se”
13:00-13:30 CONCLUSION
Discussion with Emily Apter

 

Milano 10 marzo

venerdì 10 marzo alle ore 21
a Milano
Villa Schleiber, via Felice Orsini, 21

villa Schleiber     villaScheibler

notizie e storia di questo libro sono qui

Sardinia Post
una bella intervista di Francesca Mulas

Alberto Masala, outsider della poesia: “Soffro per la mia Isola senza dignità”

L’intervista di Luana Farina su Pesa Sardigna a cui si fa riferimento nell’ultima domanda.

Il caro Daniele Barbieri ha ripreso l’intervista sul suo blog così attivo e necessario. Grazie.

alphabet

Un vecchio andava tutte le sere a cantare il tramonto in una grotta in cima alla montagna.
E tutte le sere un bambino lo seguiva per osservarlo a distanza.
Un giorno il bambino gli domandò: «Canti da solo. La tua gente è dispersa, disgregata, sterminata dall’alcool, la fatica, la fame, le droghe, il carcere… Ormai parlano solo la lingua dell’impero e non sono nemmeno in grado di capirti… ridono di te… perché continui a cantare? Sei rimasto solo.»
Il vecchio rispose: «Se non cantassi vorrebbe dire che hanno preso anche me.»
(da Geometrie di Libertà, di Alberto Masala)
a Jack Hirschman, Jonathan Richman, Aggie Falk, Randy Fingland
alla loro solida resistenza, grazie.

Finalmente è arrivato!

Alphabet of Streets, il mio terzo libro americano, dopo Taliban e In the Executioner’s house, tradotti da Jack Hirschman, è arrivato proprio il giorno dell’elezione di Donald Trump. Voglio considerarlo un piccolo messaggio di resistenza a quel lato arrogante e razzista dell’America che oggi viene ancora una volta trasportata in una dimensione estremamente pericolosa per il mondo intero. Un libro, sebbene sia una minima cosa, resta sempre un segnale resistente, e non solo mio, ma sopratutto degli intellettuali americani come Jack Hirschman, che ne ha curato l’edizione, Jonathan Richman, che ne ha fatto l’ottima traduzione, Agneta Falk, che ne ha illustrato la copertina con la riproduzione di un suo bel dipinto, e Randy Fingland, l’eroico e preziosissimo editore, oltre che poeta anche lui. Tutti artisti ed intellettuali che danno forti segnali di differenza in un’America che oggi si mostra appiattita sull’ignoranza e la paura. Questo loro lavoro per me è bello ed importante. Con questo libro, come il vecchio sulla montagna, continuiamo a cantare il tramonto. Resistendo ancora.

La nota introduttiva di Jack Hirschman:
 Sono onorato – in quanto traduttore di due libri di Alberto Masala – Taliban, e In the Executoner’s House – di poter dire due parole su Jonathan Richman, il traduttore di questo libro, una selezione di poesie di Masala, anche se Jonathan scriverà egli stesso alcune note di prefazione, così come l’autore, prima che si dia avvio ai testi.
Io non sapevo che Jonathan fosse un cantautore e un performer conosciuto in campo internazionale (in effetti avevo sentito in giro che aveva scritto “uno dei migliori pezzi di rock&roll di tutti i tempi”, cioè “Roadrunner”). Lui e la sua compagna Nicole erano tra gli amici di Matt Gonzalez, il coraggioso candidato del Green Party che nel 2003 ispirò la più bella elezione cittadina per un sindaco fin dalla seconda guerra mondiale; furono invitati al mio matrimonio con la poetessa e pittrice svedese Agneta Falk, che ebbe luogo nel giardino di Matt nel quartiere Mission di San Francisco il 5 giugno 1999.
Da allora in poi Jonathan ed io diventammo amici. Appresi che era un appassionato della lingua italiana e che ci saremmo incontrati al Caffè Trieste dove sarebbe venuto dopo aver rinfrescato il suo italiano nei corsi dell’Istituto Italiano di Cultura qui nel North Beach.
Quando Alberto Masala mi spedì il suo Alfabeto di strade, pubblicato in Italia, lo lessi con piacere per i testi che abbracciavano tutta una serie di poesie di Masala fino ad allora per me sconosciute: omaggi a Pasolini, per esempio, e a Majakovskij. Passai il libro a Jonathan che, poco tempo dopo, espresse un tale entusiasmo per le poesie di Masala che gli suggerii di mettersi alla prova nella traduzione dell’intero libro. Lo avrei assistito come editor delle traduzioni, e Alberto, che ha tradotto qualche poeta americano come Jack Kerouac, naturalmente avrebbe anche lui partecipato alla stesura finale.
Per quelli che non hanno familiarità con il lavoro di Masala, mi si lasci dire che lui è fra i migliori poeti italiani contemporanei. Il suo libro Taliban, composto sui 32 precetti dei Talebani destinati a sottomettere le donne, ad ognuno dei quali Alberto, assumendo le voci delle donne, risponde con splendide brevi poesie.
In questo libro, la portata e la profondità della visione della vita di Masala si manifestano in poemi di eccezionale genialità e immaginazione, includendo il lavoro che comprende non soltanto l’italiano, ma il francese ed il suo amato sardo, la lingua della sua Sardegna nativa.
Mentre negli USA l’essere anarchico spesso si riduce a cose come farsi delle canne (marijuana), in Europa questo emerge con una coscienza di classe che spesso è notevolmente vicina alle lotte del comunismo. Masala è uno di questi anarchici che sono molto vicini a una dimensione Marxista, ed ecco perché gli omaggi a Pasolini e Majakovskij sono così vicini al suo cuore.
Con Masala al timone italiano e Richman che porta l’italiano alla  riscrittura traduttiva con una virtuosità linguistica molto ben disposta verso la coscienza poetica americana, il lettore certamente riconoscerà che questo è un capolavoro della poesia italiana contemporanea.
Jack Hirschman, Laureato Poeta Emerito di San Francisco
english version
An old man went every night to sing the sunset in a cave on the mountain top.
And every night a child followed him to observe him from a distance.
One day the child asked: «You sing alone. Your people are scattered, broken up, exterminated by alcohol, fatigue, hunger, drugs, prison… Now only they speak the language of the empire, and are not even able to understand you … they laugh at you … why do you continue to sing? You’re left alone…».
The old man replied: « If I do not sing would mean that they also took me ».
From “Geometrie di libertà” of Alberto Masala
to Jack Hirschman, Jonathan Richman, Aggie Falk, Randy Fingland
to their solid resistance, thanks.

… Alphabet of Streets, my third American book, after Taliban and In the Executioner’s house, all translated by Jack Hirschman, it came just the day of the election of Donald Trump. I want to consider this like a small message of resistance to the arrogant and racist side of America which today is once again transported in an extremely dangerous dimension for the whole world. A book, although it is a little thing, always remains a strong signal, and not only mine, but above all of those American intellectuals like Jack Hirschman, who took care of the edition, Jonathan Richman, who made the excellent translation, Agneta Falk, who illustrated the cover with a reproduction of one of his beautiful painting, and Randy Fingland, the heroic and precious publisher, as well a poet, too. All artists and intellectuals who give strong signals of difference in an America that now seems to be flattened on ignorance and fear. Their work to me is beautiful and important. With this book, like the old man on the mountain, we continue to sing the sunset. Still resisting.

Alphabet of streets – translated by Jonathan Richman – edited by Jack Hirschman
cc Marimbo press, Berkeley CA USA – ISBN 978-1-930903-86-3

Pesa-Sardigna

Pesa Sardigna è un blog anticolonialista (come lo sono anch’io) che ha preso nome da un mio verso. Mi fa piacere, li ringrazio ed auguro loro lunga vita. Nel primo numero aprono la pagina della cultura intervistandomi. e anche se l’intervista è anonima, io ringrazio Luana Farina per avermi fatto quelle domande. Ecco qui il link. Buona lettura.

Intervista ad Alberto Masala poeta e scrittore.

Vecchio Mulino

il Vecchio Mulino, in via Frigaglia 5 a Sassari, è un circolo (dove si mangia e si beve molto bene) che ospita eventi di musica, letteratura, arti visive, con ammirevole continuità. Da tempo desideravo andarci, ed Anna e Andrea, i gestori, desideravano ospitarmi. Finalmente succede e ne sono contento. E con due bellissimi omaggi: la degustazione dell’ottimo vino Pùmari (per cui ho scritto il cartellino intorno al collo della bottiglia) e la partecipazione di Alessandro Zolo al contrabbasso.

Martedì 30 Settembre 2014 ore 20 Il Circolo d’arte Il Vecchio Mulino presenta

ALBERTO MASALA

La poesia è altro: è la voce di chi ha visto le voci.
Riflessioni e conversazioni con lo scrittore-poeta sardo.
 
Non coltiviamo un sogno…in apnea lo siamo

Con la partecipazione straordinaria di Alessandro Zolo al contrabbasso
(qui in uno scatto di Paola Rizzu)
Alessandro Zolo

Prima dell’incontro la degustazione del vino Pùmari
della cantina di Giommaria Pirisi, Valle dei Nuraghi, Torralba.
cartellino Pùmari

Reading + Cena/Buffet…. € 10
Info e prenotazioni: 0794920324 ; 3393407008
Il Vecchio Mulino, Via Frigaglia 5, Sassari

l’evento su Fb:

https://www.facebook.com/events/715710318483486/715713001816551/

che bella primavera! 

finisce marzo portandomi due belle giornate di Milano: alla Palazzina Liberty e nel circolo dei sardi di Cesano Boscone


ora viene aprile con il dono di due concerti insieme a Marco Colonna

3 aprile all’Angolo B di Bologna – ore 21,30

 

4 aprile a Bagnacavallo apriamo l’evento diretto da Christian Caliandro: “Un Paese. Raccontare il presente italiano”

qui il link all’evento

e il video del concerto

 

Jack Hirschman, uno dei più importanti poeti del mondo, autore di Arcanes, ha compiuto ottant’anni.

Siamo amici e compagni di strada da più di vent’anni, forse trenta, condividendo libri, letture e festivals in Italia, Germania, Bosnia, Iraq, USA, e non ricordo dove ancora… Jack mi sorprende sempre, e anche stavolta ci è riuscito: quando l’ho cercato per fargli gli auguri e dirgli quanto gli voglio bene, è stato lui a precedermi facendomi il regalo. Ecco qui sotto la mail che mi ha spedito per dirmi che negli USA è uscito ancora Taliban (con la sua traduzione e introduzione). Un piccolo libro, ma molto resistente: tra USA, Francia e Italia è ormai la quinta volta che viene stampato…

GRAZIE JACK. AUGURI, Abbracciebaci a te e Aggie!

“Bravo, caro Alberto—-Good words to me and good words on you, and here’s the third good: Taliban came out yesterday with Fabi’s photo BIG on the cover!!
Wait’ll you both see it.
25 copies are in the mail to you.
Complementi!
Abbracciebaci—Jack and from Aggie too”

Ecco qui la poesia che gli avevo dato, avvolta in una bandiera rossa, per i suoi settantacinque anni